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NewsAddio a Sandro Mazzola, una vita dentro una maglia

sabato 19 settembre 2026 alle ore 08:56di Antonio Scaduto5 min di lettura

Addio a Sandro Mazzola, una vita dentro una magliaAntonio Scaduto
© foto di Antonio ScadutoCondividiTweet
AAutoreAntonio Scadutosabato 19 settembre 2026 alle ore 08:56 · NewsAltre notizie

Ci sono calciatori che appartengono alla storia del calcio. E poi ce ne sono alcuni che, con il tempo, finiscono per diventare parte della memoria di un Paese. Sandro Mazzola apparteneva alla seconda categoria.
È morto nella notte, a 83 anni, uno degli ultimi grandi simboli del calcio italiano del Novecento. Una vita intera trascorsa dentro il pallone, ma soprattutto dentro una maglia: quella dell’Inter. Diciassette stagioni, 565 partite, 161 gol e un legame con i colori nerazzurri che sarebbe diventato qualcosa di molto più grande di una semplice carriera.
Mazzola non è stato soltanto il figlio di Valentino. Non è stato soltanto il ragazzo cresciuto all’ombra di un cognome enorme. È riuscito a costruire una storia tutta sua, fino a diventare, a sua volta, un cognome che per milioni di italiani significava Inter, Nazionale, vittorie e calcio. Sandro nasce a Torino l’8 novembre 1942. Suo padre è Valentino Mazzola, il capitano del Grande Torino, uno dei calciatori più importanti della sua epoca.
Poi arriva il 4 maggio 1949.
L’aereo del Grande Torino si schianta contro la Basilica di Superga. Valentino muore insieme agli altri campioni granata. Sandro ha appena sei anni.
Quella tragedia accompagnerà tutta la sua vita. Essere “il figlio di Valentino Mazzola” non sarebbe mai stato un dettaglio della sua biografia: sarebbe stato un confronto inevitabile, un’eredità enorme con cui convivere.
Eppure Sandro scelse la propria strada.
La scelse con una maglia diversa da quella del padre. Nerazzurra. Mazzola entra nel settore giovanile dell’Inter e arriva in prima squadra giovanissimo. L’esordio in Serie A arriva nel 1961. Da quel momento, per 17 anni, non vestirà un’altra maglia di club.
È difficile raccontare Mazzola senza raccontare l’Inter di Helenio Herrera.
È la Grande Inter, una squadra destinata a diventare leggenda. Mazzola ne è uno dei volti, uno dei simboli, uno dei giocatori capaci di trasformare una squadra italiana in una potenza europea.
È veloce, elegante, imprevedibile. Ha un dribbling secco, vede la porta e sa muoversi tra centrocampo e attacco con una naturalezza che lo rende difficile da incasellare. Non è soltanto un goleador e non è soltanto un fantasista: è un giocatore totale, capace di incidere in molti modi sulla partita.
Con l’Inter vince quattro Scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Il suo nome finisce così accanto a quello dei grandi protagonisti della storia nerazzurra.
E resta fedele a una sola squadra.
Non è un particolare secondario. In un calcio nel quale oggi i trasferimenti fanno parte della normalità, la storia di Mazzola assume quasi il valore di un romanzo d’altri tempi: una maglia, una città, una vita sportiva intera. Con il passare degli anni Mazzola non è più soltanto il giovane talento della Grande Inter. Diventa il capitano, il punto di riferimento, l’uomo al quale si guarda nei momenti importanti.
Nel frattempo arrivano le notti europee, i grandi avversari, i derby, le sfide che hanno costruito la mitologia del calcio italiano.
E arriva anche la Nazionale.
Con l’Italia Mazzola colleziona 70 presenze e 22 gol. Nel 1968 diventa campione d’Europa, conquistando il titolo continentale davanti al pubblico italiano. Due anni dopo arriva il Mondiale di Messico 1970.
È uno dei Mondiali più famosi della storia azzurra.
E anche uno dei capitoli più discussi della carriera di Mazzola. Per raccontare il calcio italiano di quegli anni basta pronunciare due nomi: Mazzola e Rivera.
Da una parte il nerazzurro, dall’altra il milanista. Due campioni diversi per caratteristiche e personalità, entrambi destinati a occupare un posto speciale nella storia del calcio italiano.
In Messico, il commissario tecnico Ferruccio Valcareggi decide di alternarli. Nasce così la celebre “staffetta”.
Mazzola parte titolare nella semifinale contro la Germania Ovest, una partita entrata nella leggenda e vinta dall’Italia 4-3 dopo i tempi supplementari. In finale contro il Brasile di Pelé, invece, gli Azzurri si arrendono 4-1.
L’Italia torna a casa con una medaglia d’argento, ma quel Mondiale rimane uno dei momenti più importanti della carriera di Mazzola e dell’intero calcio italiano. Mazzola si ritira nel 1977, a 35 anni.
Lascia il calcio giocato dopo 565 partite e 161 reti con l’Inter. Numeri che raccontano soltanto una parte della sua storia.
Perché Mazzola è rimasto nel calcio anche dopo aver smesso di giocare.
Ha lavorato come dirigente, prima all’Inter, poi al Genoa, tornando successivamente nel club nerazzurro e chiudendo la sua esperienza dietro la scrivania al Torino. Poi è arrivata la televisione, dove per anni ha raccontato il calcio da protagonista di un’epoca che ormai non esisteva più.
Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più affascinanti della sua parabola.
Mazzola ha attraversato il calcio da dentro e da fuori. Prima giocatore, poi dirigente, infine voce e memoria di quel mondo. Per tutta la vita, inevitabilmente, qualcuno ha continuato a ricordargli suo padre.
Valentino Mazzola era stato il capitano del Grande Torino. Sandro avrebbe potuto vivere schiacciato da quel cognome.
Ha fatto l’opposto.
Ha trasformato un’eredità dolorosa in una storia personale. Ha costruito la propria leggenda senza rinnegare quella del padre, ma senza nemmeno viverne all’ombra.
È diventato Sandro Mazzola.
Un uomo che per l’Inter significa una sola maglia. Un uomo che per la Nazionale significa l’Europeo del 1968 e la finale mondiale del 1970. Un uomo che per il calcio italiano significa una generazione irripetibile.
Nel 2014 è entrato nella Hall of Fame del Calcio Italiano. Un riconoscimento che certificava ciò che gli stadi avevano già raccontato molti anni prima. Adesso quella partita è finita.
Sandro Mazzola se ne va a 83 anni, lasciando un calcio profondamente diverso da quello in cui aveva iniziato. Se ne va l’uomo che aveva attraversato la Grande Inter, i derby con Rivera, le notti europee, i Mondiali e generazioni intere di tifosi.
L’Inter lo ha salutato ricordandolo come una leggenda. La FIGC ha disposto un minuto di raccoglimento sui campi italiani nel fine settimana e le bandiere sono state esposte a mezz’asta nella sede federale e a Coverciano. I funerali sono previsti lunedì 21 settembre alle 14.45 nella Basilica di Sant’Ambrogio, a Milano.
Forse, alla fine, per raccontare Sandro Mazzola non servono nemmeno tutti i numeri.
Basta pensare a quella maglia nerazzurra indossata per diciassette anni.
A quel ragazzino che aveva perso suo padre troppo presto.
A quel figlio che avrebbe potuto essere soltanto “il figlio di Valentino” e che invece è diventato una leggenda con il proprio nome.
Sandro Mazzola.
Una vita dentro una maglia. E una storia che, per chi ama il calcio, non smetterà di essere raccontata. Antonio Scaduto e la redazione rivolgono le più sincere condoglianze alla famiglia.

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