NewsDi Livio: “Indossare la maglia della Juve ti dà forza e responsabilità. Vialli capitano autentico, ci trasmise la mentalità vincente”
Antonio ScadutoAngelo Di Livio, ex calciatore di Roma, Juventus e Fiorentina, ha parlato a margine di un evento organizzato da Tuttosport. Queste le sue dichiarazioni: “Arrivare alla Juventus nel 1993, insieme a Del Piero, è stata un’emozione unica. Ma anche un pieno di responsabilità, perché indossare la maglia della Juve ti dà forza, antipatia. Ed è uno stimolo in più. La prima volta che ho visto Alex è stata in una partitina del giovedì tra prima squadra e Primavera: era già fortissimo, tanto che il direttore Aggradi continuava a chiederci di non entrare duro su di lui. A volte gli facevo da autista, sua madre mi chiedeva di tenerlo d’occhio, ma era un ragazzo educatissimo. Vederlo segnare subito al Borussia Dortmund fu incredibile, anche perché allora nessuno immaginava che avremmo fatto tutta quella strada in Champions. Io venivo dalla gavetta vera e quella competizione era un sogno: però, partita dopo partita, mi sono sentito fortissimo, volevo recuperare il tempo perduto. Alla fine degli allenamenti restavo sempre lì a crossare, poi ancora a crossare e ancora a crossare. Tutti conoscevano la mia finta, ma nessuno riusciva a prendermi: frenata e cross immediato. Il più bello? In un Juve-Milan, con Baggio che segnò di testa. E pensare che Vialli si arrabbiava, perché la voleva subito, di prima. Quando si dice che il gruppo è importante, fidatevi: lo è davvero. Ancora oggi ci ritroviamo spesso, a volte a Viareggio con mister Lippi, e ricordiamo quei momenti e tutti gli scherzi che facevamo. Uno dei più famosi era quello dei calzini bianchi: a chi li portava tagliavamo la punta, così quando infilava il piede usciva fuori tutto. Spesso lo facevo a Ferrara. Ma il vero leader era Vialli: un capitano autentico, uno che ci ha preso per mano e ci ha trasmesso la mentalità vincente. Era anche un rompiscatole, perché se gli davi la palla bassa la voleva alta e viceversa. Chissà quante volte mi ha mandato a quel paese per quella mia finta. Però lo ringrazierò per sempre, perché ci ha lasciato troppo presto. Manca tantissimo, in tutto: dall’aiuto pratico ai consigli. Fuori dal campo era una persona generosa. Tornavamo dalle trasferte europee e a Torino non c’era un ristorante aperto: allora finivamo in quindici a casa sua, a mangiare una spaghettata alle tre di notte, prima di tornare a casa alle quattro”.
Foto: Instagram Juventus
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