NewsGravina, l’unica riforma azzeccata: dimettersi (con otto anni di ritardo)
Antonio ScadutoL’agonia del Bostik si è conclusa con l’unica mossa azzeccata di un intero ottennio: la resa. Gabriele Gravina si è dimesso, lasciando finalmente libera quella poltrona di Via Allegri che negli ultimi otto anni è stata il fulcro di un’allucinazione collettiva, un ufficio del catasto spacciato per centro di potere sportivo. Non è un addio dettato dalla dignità, ma il collasso gravitazionale di un sistema che non aveva più menzogne da vendere dopo il fango di Zenica. Se ne va il Sultano delle Macerie, l’uomo che ha presieduto al più oscuro e prolungato eclisse della storia azzurra, trasformando la quarta potenza mondiale del calcio in una nobile decaduta che chiede l’elemosina tecnica nelle periferie dell’Europa che conta. Analizzare il suo mandato significa redigere il verbale di un fallimento programmato, un catalogo di promesse elettorali che oggi appaiono come cinici esercizi di stile burocratico. Nel 2018 si era presentato come il Messia dei vivai, promettendo di mettere “i giovani al centro del villaggio”. La realtà descrive un deserto industriale: sotto la sua egida, i settori giovanili sono diventati zone franche per il commercio di stranieri di terza fascia utili solo ai bilanci dei club amici, mentre il talento italiano veniva soffocato da una burocrazia asfittica che lui stesso ha alimentato per non disturbare i pesi e i contrappesi delle Leghe. Ha parlato per anni di una “Riforma dei Campionati” che doveva essere epocale, sbandierando riduzioni di squadre e sostenibilità economica ogni lunedì mattina per poi rimangiarsi tutto il martedì davanti al primo diktat dei suoi grandi elettori. Il risultato è un sistema più indebitato, più rissoso e più ingolfato di prima, dove i club falliscono a catena mentre lui si preoccupava di far quadrare i voti per la rielezione. Il vero capolavoro di parassitismo istituzionale resta però la gestione del post-Wembley: Gravina ha banchettato per cinque anni sui resti di quell’Europeo, usando una coppa vinta nonostante la Federazione come uno scudo spaziale per schermare il vuoto pneumatico della sua gestione e per giustificare una permanenza al potere che era già diventata tossica dopo il disastro contro la Macedonia. Ha spacciato per “progetto” un’inerzia mortale, ignorando che mentre lui sorrideva nelle foto ufficiali con i vertici UEFA, l’Italia perdeva ogni briciolo di rilevanza politica internazionale e le nostre infrastrutture marcivano sotto il peso di slide e rendering che non sono mai diventati cemento. Se ne va un burocrate che ha scambiato il calcio per un’assemblea di condominio, un uomo che ha firmato il record dell’infamia — tre Mondiali consecutivi visti dal divano — e che ancora oggi, tra le righe delle sue dimissioni, sembra convinto di essere una vittima degli “episodi”. Presidente, la sua non è stata sfortuna, è stata inadeguatezza elevata a sistema. Le sue dimissioni non sono un congedo, sono un esorcismo necessario per liberare la nostra passione dal suo immobilismo autoriferito. Porti via i suoi dossier, la sua boria da funzionario e quel sorriso di chi pensa di aver sempre ragione mentre la casa brucia. Il calcio italiano ha finalmente smesso di soffocare sotto il suo “Bostik”; lei è ufficialmente il passato, e il passato, nel suo caso, ha l’odore stantio di una sconfitta che non ha mai avuto il coraggio di chiamarsi per nome.
Foto: sito Figc
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