NewsInter-Rocchi, le intercettazioni al centro dell’inchiesta: veti e richieste sulle designazioni
Antonio ScadutoC’è un punto di svolta nell’inchiesta milanese sulle presunte pressioni per orientare le designazioni arbitrali. I fari della Procura sono accesi sui contatti tra l’ex designatore Gianluca Rocchi e i vertici dell’Inter targata Beppe Marotta. Non più semplici indiscrezioni, ma elementi concreti che emergono dai brogliacci delle intercettazioni. Secondo gli inquirenti, a muoversi per far sentire la propria voce non sarebbe stato un singolo dirigente, ma diversi esponenti del club nerazzurro (nessuno dei quali risulta indagato). Ognuno con i propri desiderata, ognuno pronto a segnalare i fischietti graditi e, soprattutto, quelli da evitare.
I dettagli catturati dalle microspie svelano il dietro le quinte del calcio italiano. Nelle carte coordinate dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal pm Maurizio Ascione si trova di tutto. Anche sfoghi quasi grotteschi: “Non vogliamo quell’arbitro perché porta sfortuna”. La scaramanzia, però, c’entra ben poco. La maggior parte delle richieste intercettate dai magistrati mette sul tavolo veti categorici e ben più pragmatici: “Quell’arbitro non lo vogliamo”.
Spesso la diplomazia viaggiava su canali paralleli, mediata da uomini del mondo arbitrale. In una telefonata, un esponente dell’Aia riferisce a Rocchi tutta la rabbia del club nerazzurro per una scelta non condivisa. Ma è proprio incrociando queste chiamate indirette che i pm hanno ricostruito il quadro: prima di quei messaggi filtrati, lo stesso Rocchi avrebbe parlato direttamente con la dirigenza interista.
L’inchiesta è ormai alle battute finali e la Procura si prepara a tirare le somme: rinvio a giudizio o archiviazione. Per blindare l’accusa di frode sportiva — contestata al momento al solo Rocchi in via provvisoria — i magistrati devono dimostrare la tenuta di tre pilastri fondamentali, così come stabilito dalla Cassazione per Calciopoli:
- L’esistenza reale delle interferenze.
- La natura occulta o fraudolenta delle pressioni.
- L’effettiva alterazione del risultato sul campo.
Nel frattempo, la geografia dell’indagine è cambiata. Dopo un primo interrogatorio saltato, Rocchi è stato ascoltato dai pm che hanno modificato radicalmente il capo d’imputazione. Tutto il filone sulle presunte “bussate” alla sala Var di Lissone è stato spedito per competenza territoriale alla Procura di Monza.
A Milano resta così il nucleo più politico dell’indagine: il presunto “concerto” tra l’ex designatore e l’Inter. L’accusa per Rocchi è quella di aver “fraudolentemente accettato interferenze al fine di alterare il corretto svolgimento della competizione”. Il tutto, sostengono i pm, muovendosi in sintonia con i vertici nerazzurri, forti dei loro rapporti preferenziali con Gabriele Gravina, l’ex presidente della Figc dimessosi dopo il naufragio Mondiale della Nazionale.
I dirigenti dell’Inter non sono iscritti nel registro degli indagati e i loro ruoli non sono esplicitati nel capo d’imputazione. Questo non significa che gli investigatori si muovano al buio: nomi e cognomi sono ben chiari nei rapporti della Guardia di Finanza, immortalati come interlocutori diretti di Rocchi. La decisione di iscriverli o meno sul registro degli indagati arriverà solo al momento della chiusura definitiva del fascicolo.
Sullo sfondo rimane la figura di Gravina, estraneo all’indagine e descritto come un “garante inconsapevole”, forte dei suoi buoni uffici sia con Rocchi che con il club milanese. Nessun ruolo attivo per lui. La partita giudiziaria si gioca tutta sulle designazioni “gradite” legate a quattro precise sfide dell’Inter. L’ultima della scorsa stagione, Torino-Inter del 26 aprile, sintetizza perfettamente il teorema della Procura: un arbitro sgradito ai nerazzurri sarebbe stato designato solo dopo aver incassato il “previo consenso” della società stessa.
Foto: google
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