NewsJuventus, davanti è un deserto annunciato: senza un vero 9 sarà dura. Ma il problema non nasce ieri
Antonio ScadutoMcKennie capocannoniere “per caso”, attaccanti in difficoltà e un mercato invernale chiuso senza risposte: la sterilità offensiva della Juventus non è un imprevisto, ma una responsabilità precisa. Il 2-2 contro la Lazio lascia sensazioni contrastanti, ma una certezza granitica: la Juve continua a non avere un killer instinct offensivo. La rimonta evita il ko interno, ma non cancella una fragilità che accompagna i bianconeri da mesi. E che, soprattutto, era nota a tutti ai piani alti. Perché se è vero che il punto può essere considerato guadagnato per come si era messa la partita, è altrettanto vero che questa Juve segna poco, male e quasi mai con chi dovrebbe farlo di mestiere. Un problema strutturale, non episodico. A salvare la Juventus ci pensa ancora una volta Weston McKennie, centrocampista trasformato in attaccante aggiunto. Settimo gol stagionale, a due sole lunghezze dal miglior marcatore Kenan Yildiz: un dato che racconta molto più di mille analisi. McKennie è diventato un fattore offensivo grazie al lavoro di Spalletti, che ne ha valorizzato tempi di inserimento e presenza in area. Ma che il secondo miglior realizzatore della squadra sia un centrocampista “adattato” non può essere considerato un successo, bensì una fotografia impietosa delle lacune dell’organico. È una soluzione tampone, non una strategia. E infatti i nodi vengono puntualmente al pettine. Le sette reti di Jonathan David, le stesse di McKennie, non bastano a giustificare l’investimento e le aspettative. Il canadese doveva essere il riferimento offensivo, il terminale naturale della manovra. Invece vive una stagione discontinua, segnata da momenti di fiducia alternati a lunghi blackout. Il rigore sbagliato contro il Lecce ha rappresentato uno spartiacque mentale, dal quale non è mai realmente uscito. Spalletti lo ha protetto e sostenuto, ma la sensazione è che la Juventus avesse bisogno di un attaccante pronto e dominante, non di un giocatore da recuperare psicologicamente. Il paradosso è che Dusan Vlahovic, fermo da fine novembre, resta comunque il quarto miglior marcatore stagionale con sei gol. Un dato che da solo dovrebbe far riflettere. L’infortunio è un alibi reale, ma al tempo stesso evidenzia l’assenza di alternative credibili: senza il serbo, l’attacco si è semplicemente dissolto. Il suo rientro a marzo potrà aiutare, ma pensare che basti per risolvere tutto è un’illusione pericolosa. Il caso più emblematico resta però Loïs Openda. Due gol stagionali, rendimento ben al di sotto delle attese e un riscatto da 45 milioni praticamente inevitabile. Un’operazione che rischia di trasformarsi in un fardello tecnico ed economico. Il belga non ha mai inciso davvero, né come prima punta né come attaccante mobile. E anche qui torna la stessa domanda: perché affidarsi a un profilo incompleto quando serviva un bomber puro? Ed è qui che il discorso si fa inevitabilmente politico. La dirigenza sapeva. Sapeva che serviva un vero numero 9. Sapeva che l’attacco non funzionava. Sapeva che affidarsi a soluzioni interne sarebbe stato un rischio enorme. Eppure il mercato di gennaio si è chiuso senza l’arrivo di un centravanti. Kolo Muani è rimasto un sogno irrealizzabile, Sorloth una fantasia, Icardi una suggestione subito smentita. Alla fine, nulla. Non per mancanza di tempo, ma per mancanza di decisione. La Juventus crea, palleggia, arriva spesso negli ultimi trenta metri. Ma non punisce. Spalletti sta facendo il possibile con ciò che ha, ma non si può chiedere a un allenatore di inventare gol dal nulla. Senza un centravanti di razza, questa squadra è condannata a vivere di episodi, inserimenti e soluzioni improvvisate. Il problema non è nato ieri. Il problema non è stato risolto quando si poteva. E ora la Juventus ne sta pagando il prezzo, partita dopo partita.
Foto sito Juventus
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