Al Khelaifi scopre il rispetto (troppo tardi)
Antonio ScadutoIl presidente del Paris Saint-Germain, Nasser Al Khelaifi, ha deciso di indignarsi. E fin qui, nulla di nuovo. Ma stavolta, udite udite, l’oggetto del suo sdegno è la Juventus. Colpevole – a suo dire – di non aver rispettato la “promessa” di riscattare Kolo Muani dopo averlo corteggiato a lungo. Promessa, si fa per dire. Nulla di scritto, nulla di ufficiale. Solo un’aspettativa malcelata, forse un’illusione nutrita in casa PSG come si nutre un ego: a forza di specchi. E adesso eccoci qui, con Al Khelaifi che – con voce grave e sopracciglio sollevato – pronuncia la parola “rispetto” come se fosse un valore sacro, un principio universale da difendere. Fa quasi tenerezza. Quasi. Perché sentir parlare di rispetto da chi dirige un club che ha trasformato il mercato in un supermercato d’élite, dove il denaro compra tutto tranne l’identità, è un’esperienza al limite del surreale. Un po’ come se uno sceicco entrasse in una comune e si lamentasse del Wi-Fi. Questo è lo stesso PSG che ha provato a “ricompensare” Donnarumma – eroe silenzioso e determinante della tanto agognata Champions – con una proposta di rinnovo al ribasso. Un taglio secco, da 12 a 8 milioni. Non un incentivo, non un premio, non un grazie. Solo una dimostrazione di come il “valore umano” a certe latitudini sia una voce secondaria nel bilancio. E intanto, mentre si risparmia sul portiere che ti ha fatto entrare nella storia, si spende come se non ci fosse un domani per collezionare nuovi giocattoli estivi. Altro che rispetto: qui siamo nel regno del consumo compulsivo. E allora, con quale autorevolezza Al Khelaifi parla oggi di rispetto? Lui, che gestisce un club che muta strategia e dirigenti più velocemente di quanto cambi il meteo a Doha? Che alimenta un circo permanente fatto di slogan (“calcio del popolo”) che non reggono nemmeno il peso della propria retorica? La Juventus, nel caso Kolo Muani, ha semplicemente fatto ciò che fa un club che ragiona. Ha trattato, ha valutato, ha tentato soluzioni. Ma si è presto resa conto che più ci si avvicinava alla cifra richiesta, più quella cifra si allontanava, come in una fiera truccata. Il PSG ha fatto la parte del bambino col pallone che detta le regole e, se perde, si porta via tutto. Quando la Juve ha cambiato formula, è scattata l’offesa: lesa maestà. Il vero problema, in fondo, è che il PSG non è abituato a sentirsi dire di no. Non lo concepisce. In un contesto dove tutto si compra, anche il silenzio e l’approvazione, l’idea che un club possa sottrarsi alla danza del “sì, padrone” è semplicemente intollerabile. Eppure è successo. E chi ci ha rimesso, come sempre, è il calciatore. Kolo Muani ha retto finché ha potuto, poi ha capito che Parigi non era più un posto per uomini, ma per pedine. E ha scelto Londra, Tottenham, un contesto forse meno patinato ma più umano. Una decisione che vale più di mille comunicati. Alla fine, la Juventus si è ritrovata con un attacco più razionale, più tecnico. Openda e Zhegrova non saranno copertine patinate, ma sono calciatori veri, funzionali. Giocatori che non devono passare dal filtro dell’ego prima di fare un passaggio. E Al Khelaifi? Continuerà a invocare rispetto, tra una trattativa al rialzo e una lezione di morale a favore di telecamera. Peccato che il rispetto, quello autentico, non si compri né si pretenda: si dimostra. Magari iniziando da casa propria, nel silenzio di uno spogliatoio, lontano dai riflettori e dai salotti stampa dove si parla di calcio del popolo vestendo abiti che valgono più di uno stipendio medio. Ma per quello serve una virtù semplice e antica, che a certi livelli pare dimenticata: coerenza.
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