CalciomercatoL’indiscrezione: Costa-Juve, tempo di riflessioni: l’ipotesi prestito prende quota
Antonio ScadutoLa (mezza) stagione di Alberto Costa alla Juventus rischia di passare alla storia come una di quelle promesse non mantenute. O meglio: rimandate. Arrivato a gennaio tra le solite lodi di chi ama scovare “il nuovo talento di”, il classe 2003 portoghese si è ritrovato schiacciato dal peso di aspettative premature e da un mondo – quello bianconero – che non fa sconti, né regala tempo. Dal campionato portoghese al calcio verticale, asfissiante e iper-tattico della Serie A, il salto non era banale. Ma qui, il margine d’errore è stretto come i corridoi che ti lascia un difensore navigato. La scena è questa: Bologna, finale di gara, Champions in ballo, adrenalina a fiumi. Minuti finali, palla buona, occasione perfetta. Alberto Costa entra, si ritrova davanti al momento che ogni giovane attende per una vita. Può riscrivere tutto: la sua storia, la narrazione attorno al suo acquisto, perfino le sorti stagionali della Juve. Ma invece di esplodere, il talento si inceppa. Il tiro non trova la porta, e con lui, non trova la redenzione. Un errore? Certamente. Ma non uno qualsiasi. Un errore che pesa: sulla classifica, sull’umore di una tifoseria che non dimentica, e sulla fiducia – ancora fragile – costruita attorno a un ragazzo che, al momento giusto, ha fallito. In quel pallone impallato non c’è solo una rete mancata. C’è tutto quello che Costa avrebbe potuto diventare oggi – e che, almeno per ora, resta rimandato a domani. A Torino non si parla di bocciatura, perché sarebbe ingeneroso. Ma nemmeno di promozione, perché sarebbe falso. Alberto Costa è un progetto, non un prodotto finito. Il talento c’è, si vede. Ma la Juventus non è una scuola calcio: è una macchina che pretende risultati e affidabilità. Ed è evidente che, per ora, Costa non è ancora pronto a stare al volante. Ecco perché il prestito non è più solo un’ipotesi, ma una necessità. Un ritorno in Portogallo, dove possa ritrovare ritmo, coraggio e minuti veri, sembra la strada più sensata. Anche per difendere l’investimento fatto. Perché nessun club può permettersi di lasciar marcire un talento in panchina, aspettando che la pressione lo pieghi definitivamente.
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