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CalciomercatoLookman, film già visto (ma con un finale peggiore)

martedì 19 agosto 2025 alle ore 12:58di Antonio Scaduto4 min di lettura

Lookman, film già visto (ma con un finale peggiore)Antonio Scaduto
© foto di Antonio ScadutoCondividiTweet
AAutoreAntonio Scadutomartedì 19 agosto 2025 alle ore 12:58 · CalciomercatoAltre notizie

Era il 17 agosto 2024 quando Ademola Lookman manifestava i primi segni di un “mal di pancia” causato dal richiamo forte del PSG. Al tempo, la squadra di Luis Enrique non immaginava minimamente di portare a termine una stagione costellata di successi. Quella volta, le tensioni fra il nigeriano e la Dea si attenuarono senza sollevare alcun polverone. Allenamento a parte, poi la pace. Apparente, si sarebbe scoperto mesi dopo. A distanza di circa un anno, la storia si è ripetuta. Stavolta, però, il calciatore ha alzato la voce, richiedendo la cessione pubblicamente, direttamente sui social. Un gesto che non solo ha esposto l’Atalanta a critiche gratuite, ma ha anche infangato l’immagine di un club che negli anni ha dimostrato pazienza, coerenza e serietà. Non è solo una questione di contenuto, ma di forma. La realtà delle cose è differente dal mondo virtuale: i problemi si affrontano viso a viso, con professionalità, confronto, e senso di responsabilità. Lookman, invece, ha scelto la scorciatoia più rumorosa e meno costruttiva. Oggi, 19 agosto 2025, Lookman è tornato a Zigonia. Ma il clima, rispetto all’anno scorso, è molto più rigido. E non potrebbe essere altrimenti. Le conseguenze saranno inevitabilmente più severe, anche perché, a differenza di quanto si voglia far passare, non è colpa dell’Atalanta. Anzi, una parte significativa delle responsabilità pesa sulle spalle del giocatore stesso. Chiariamo un punto troppo spesso sorvolato: Lookman è ancora sotto contratto con l’Atalanta, fino al 2027 con opzione per un altro anno. Il club lo paga, lo tutela, ne preserva il valore. In cambio, si aspetta un comportamento da professionista. Un dovere, non un favore. Il contratto è una linea di demarcazione netta: il giocatore è un dipendente del club. Non è un’idea romantica di calcio, è semplicemente la realtà dei rapporti di lavoro. E se oggi l’Atalanta, titolare del cartellino, decide di non accettare un’offerta al ribasso o di rifiutare una destinazione sgradita, è nel pieno diritto di farlo. A parti invertite, nessuno avrebbe avuto nulla da ridire. Ma non è finita qui. A infastidire l’ambiente nerazzurro non è stata solo la richiesta di cessione, legittima finché affrontata nei giusti modi, ma tutto l’atteggiamento di Lookman nelle ultime settimane: la totale assenza di riferimenti al club sui propri canali social, nessuna foto con la maglia dell’Atalanta, tutti i contenuti legati alla Dea cancellati. Segnali chiari, inequivocabili, di una rottura già consumata nella sua testa, prima ancora che nelle carte. E poi c’è il modo in cui ha gestito la situazione: nessuna comunicazione diretta con lo staff, niente confronto con la dirigenza. Ha semplicemente preso tutto e se n’è andato all’estero, senza autorizzazione, senza permessi, senza spiegazioni. Un comportamento che ha indispettito non poco Percassi e soci, i quali – è bene ricordarlo – sono abituati a vendere, sì, ma a modo loro e solo quando le condizioni sono favorevoli al club. Non quando un giocatore si sveglia e impone la propria agenda. Il caso Inter è emblematico. Lookman ha fatto sapere di gradire la destinazione, ma anche lì le cose non sono andate come si racconta: non è vero che è colpa dell’Atalanta o dell’Inter se l’operazione non si è concretizzata. Il club ha fatto il suo gioco, come è normale che sia. Ha alzato l’asticella, ha chiesto garanzie, ha preteso una valutazione congrua. Non ha svenduto. E anche questo fa parte della normalità, di quel principio base che sembra sfuggire a molti: finché il cartellino ce l’ha l’Atalanta, è l’Atalanta a decidere. Non il giocatore. Non il suo entourage. E nemmeno i tifosi più innamorati. Certo, sarebbe più semplice fare gli “avvocati difensori” del talento. È più comodo parlare solo del campo, delle notti di Dublino, dei gol decisivi, della faccia sorridente nei momenti di gloria. Ma il calcio, come ogni altra professione, ha due lati: quello romantico e quello contrattuale. E quando si sceglie di infrangere quel patto, la responsabilità ricade su entrambi. Anche su Lookman. Forse soprattutto su di lui. Il tempo dirà se la frattura è sanabile, anche se, alla luce di tutto quello che è successo, ci crediamo poco. Ma una cosa è certa: Ademola Lookman deve tornare a comportarsi da professionista, a prescindere dai malumori, dalle offerte, dalle ambizioni. Finché vestirà – volente o nolente – la maglia dell’Atalanta, è un tesserato dell’Atalanta. E da tale deve rispettarne regole, gerarchie e tempi. Perché i social passano, le sensazioni pure. Ma la credibilità e il rispetto si costruiscono nei silenzi, nei comportamenti, e nelle scelte difficili. E quelle, finora, sono mancate.

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