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Lookman in lista Champions: le possibili interpretazioni

martedì 2 settembre 2025 alle ore 22:45di Antonio Scaduto5 min di lettura

Lookman in lista Champions: le possibili interpretazioniAntonio Scaduto
© foto di Antonio ScadutoCondividiTweet
AAutoreAntonio Scadutomartedì 2 settembre 2025 alle ore 22:45 · UncategorizedAltre notizie

Ademola Lookman è stato inserito nella lista Champions dell’Atalanta. Una decisione che, più che sorprendere, impone una riflessione seria e profonda sul rapporto tra giocatore e società, su valori ormai quasi scomparsi nel calcio moderno. Perché dietro questo gesto, apparentemente tecnico e quasi formale, si cela una crepa profonda nella credibilità del club e nell’idea stessa di rispetto e responsabilità che una volta regnavano sovrani nelle società di calcio. Lookman, ricordiamolo, non è un semplice atleta con qualche malumore. È quel calciatore che, per la seconda volta in due anni, ha scelto di sollevare pubblicamente la voce, chiedendo la cessione non in silenzio, ma con un post che ha infangato l’immagine e la dignità di un club che invece aveva riposto in lui fiducia e investimenti. Un atteggiamento che, con i tempi di un calcio più “vero”, avrebbe rappresentato una linea rossa invalicabile. Non un semplice sgarro da lasciar scivolare con un’alzata di spalle, ma un atto di insubordinazione che avrebbe richiesto una reazione forte e chiara. Le società di un tempo, quelle che avevano radici ben piantate nella terra dei valori e della disciplina, non avrebbero mai tollerato simili comportamenti. Se fossi l’Atalanta, non lo vorrei più vedere nemmeno su una cartolina. Altro che multa, che pure sarebbe sacrosanta: il punto è che Lookman ha superato la linea da tempo. È recidivo. Identica sceneggiata dodici mesi fa, stesso siparietto d’agosto, stessa indulgenza della società. Perdono concesso allora, ma oggi? Sarebbe solo masochismo. Dopo l’onda social che ha accompagnato la finale di Dublino, via le foto, via le maglie, via i ricordi. Ma il vero scempio è arrivato con i fatti: nessun rispetto, nessun cenno. Si è presentato a Zingonia come si entra in casa propria dopo una vacanza, con l’arroganza di chi si sente intoccabile. La società? Nemmeno informata. Non sapevano nemmeno che fosse tornato in Italia. Questa non è negligenza: è disprezzo. È una porta sbattuta in faccia alla famiglia Percassi, con la forza di un TIR in corsa. È il gesto di un calciatore inaffidabile, che si è fatto incantare dall’Inter per poi essere scaricato per quattro milioni di differenza. E con questo bagaglio di figuracce, c’è ancora chi parla di rinnovo, di adeguamento, di compromessi? Per favore. Tradisce chi ha già tradito. Se oggi viene reintegrato, a settembre sarà di nuovo punto e a capo. Il dipendente – e il calciatore, per quanto talento abbia, resta pur sempre un dipendente del club – non può sentirsi superiore o autorizzato a mettere in discussione pubblicamente le decisioni di chi lo paga. È questa la linea di demarcazione fondamentale: il rispetto assoluto per il club, per la maglia e per la storia che quel club rappresenta. Una società seria, in passato, avrebbe preso una decisione netta e senza tentennamenti. Fuori rosa immediatamente, sospensione dello stipendio senza discussioni, e isolamento fino alla scadenza del contratto, se necessario. Perché un giocatore che tradisce la fiducia e sporca la credibilità della squadra non merita pietà né compromessi. Ecco perché, oggi, la scelta di inserire Lookman nella lista Champions rischia di apparire come un segnale debole, quasi una resa di fronte a un atteggiamento che andrebbe invece condannato con fermezza. Non è questione di tattica o di regolamenti. È questione di rispetto, di etica sportiva e di responsabilità verso una comunità di tifosi che merita serietà e coerenza. Un club come l’Atalanta, che ha costruito la sua storia sulla fatica, sul lavoro e sulla lealtà, non può permettersi di abbassare la guardia su questi temi. Perché ogni volta che un giocatore si erge a giudice o a protagonista in maniera così arrogante, si incrina l’intero sistema, si mette a rischio la coesione dello spogliatoio e si scalfisce l’identità stessa del club. Lookman, con quel post, ha infangato non solo la propria immagine, ma anche quella dell’Atalanta, sporcando un patrimonio di credibilità costruito con fatica da chi, giorno dopo giorno, lavora e si sacrifica per la maglia. E il fatto che nemmeno abbia avuto la decenza di chiedere scusa o di tentare di rimediare rende il tutto ancora più grave e incomprensibile. In passato, un calciatore che avesse fatto un simile passo falso sarebbe stato messo da parte senza se e senza ma. Due anni fuori rosa? Pazienza. Sospensione dello stipendio? Dovuta. Perché il rispetto non è negoziabile. La disciplina è alla base di ogni società di successo e il club deve sempre restare al di sopra dell’individuo. Questo non significa che il confronto e la professionalità non siano importanti. Anzi, proprio perché si parla di uomini e di rapporti umani, la mediazione è fondamentale. Ma la mediazione non può prescindere dalla fermezza. Il club deve mantenere una posizione chiara e netta, altrimenti rischia di trasformarsi in un giocattolo nelle mani del singolo calciatore, indebolendo la propria autorevolezza e compromettendo l’equilibrio dello spogliatoio. Le società di una volta insegnavano che il singolo è parte di un organismo più grande, e se il singolo si comporta da ribelle, deve esserci una risposta altrettanto decisa. Ad oggi, la situazione resta confusa. L’inserimento di Lookman nella lista Champions potrebbe essere interpretato come un secondo tentativo di pace, un tentativo di ricucire uno strappo. Ma se così fosse, la domanda è: a quale prezzo? A quale costo per la dignità del club e per la sua immagine? Perché non ci può essere riconciliazione senza il riconoscimento dell’errore, senza un minimo di umiltà da parte di chi ha sbagliato. E in questo caso, l’umiltà sembra un concetto lontano anni luce. La Dea ha bisogno di segnali forti, di una linea chiara che ribadisca il rispetto per i valori di una volta, quei valori che hanno fatto grande il calcio italiano e che ora sembrano solo un ricordo sfocato. Il calcio moderno corre veloce, ma se perde di vista il rispetto, la disciplina e la gerarchia tra giocatore e club, rischia di perdere se stesso. Ademola Lookman e il suo comportamento ne sono l’ennesima, amara conferma. E l’Atalanta – squadra che ha sempre dimostrato di saper resistere alle tentazioni del mercato e alle lusinghe facili – dovrebbe prendere esempio dal passato e ribadire senza esitazioni che, quando un giocatore decide di sfidare pubblicamente il club, la risposta non può essere una semplice inclusione in lista, ma una presa di posizione dura, netta e senza compromessi. Perché, alla fine, il club viene prima di tutto. Sempre.

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