Lookman, l’Inter, la coperta corta e l’intelligenza ancora più corta
Antonio ScadutoLa storia Lookman poteva essere una normale trattativa di mercato. È diventata, invece, uno studio clinico su come trasformare una buona idea in un boomerang mediatico e tecnico. Una di quelle situazioni in cui, a posteriori, nessuno sembra sapere perché si è fatto quello che si è fatto — eppure l’hanno fatto tutti. L’Inter parte decisa: lo osserva, lo segue, lo chiama. Poi arriva il momento in cui bisogna solo aggiungere 5 milioni — cinque — e lì si inchioda tutto. La dirigenza sceglie il principio (“non si cede al ricatto”), e butta alle ortiche settimane di lavoro, idee, e coerenza. Nel frattempo, il reparto offensivo resta orfano proprio di quel tipo di giocatore: uno che salta l’uomo, crea scompiglio, accende la luce in mezzo alla nebbia. A Torino si è avuta la conferma definitiva: serviva un’arma tattica, e invece è scesa in campo una squadra col freno a mano tirato, che si è fatta addormentare in piedi. Lookman sarebbe stato l’elemento in grado di rompere la noia. Ma l’Inter ha preferito tenersi stretta la sua integrità contabile, come se il calcio si vincesse ai bilanci trimestrali. Sarebbe già abbastanza così, e invece no: perché anche Lookman e chi lo gestisce hanno fatto del loro peggio. Invece di mostrare professionalità, hanno srotolato un atteggiamento passivo-aggressivo nei confronti dell’Atalanta, tra silenzi da diva incompresa e un distacco che a momenti faceva sembrare la sua iscrizione alla Champions League un errore di invio. Dall’estate a oggi, Lookman ha scelto di “comunicare” restando in disparte, ingombrante e mutissimo, come un ospite sgradito che però continua a presentarsi alle cene. Non un gesto, non una presa di posizione, non uno scatto d’orgoglio. Solo una deriva opaca, mal gestita e peggio ancora raccontata. E così, tra chi non ha voluto spendere e chi non ha voluto restare, è nata una delle vicende più fallimentari del mercato recente. Uno di quei rari casi in cui perdono tutti: l’Inter, che si è fatta bloccare da un principio fuori tempo massimo; Lookman, che ha perso l’occasione per un salto di carriera; e chi lo rappresenta, che ha trasformato una potenziale operazione win-win in un perfetto esempio di autolesionismo professionale. Il paragone con Niccolai è quasi offensivo… per Niccolai. Lui almeno non lo faceva apposta. Qui invece siamo davanti a un capolavoro involontario di disastri annunciati, confezionato con cura e lucidità. Quasi un’opera d’arte. Peccato solo che valga zero punti.
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