NewsMaldini-Leonardo, game over: l’Italia non vi rimpiangerà
Antonio ScadutoC’è un limite oltre il quale l’eleganza smette di essere una virtù e diventa una colpa, un paravento dorato dietro cui nascondere l’assoluta incapacità di gestire la realtà. Quel limite Paolo Maldini e Leonardo lo hanno ampiamente superato. Il fallimento grottesco della trattativa per portare Andrea Pirlo sulla panchina della Nazionale non è un incidente di percorso, né il frutto del destino cinico e baro. È il capolinea di una gestione presuntuosa, elitaria, totalmente scollata dal fango e dalle necessità del calcio italiano. Un disastro politico e gestionale firmato in calce da due dirigenti che si sono presentati a Coverciano con la puzza sotto il naso dei salvatori della patria, per poi liquefarsi alla prima vera tempesta. Andiamo ai fatti, perché la retorica dei “valori” e della “prospettiva” ha stancato. Scegliere come guida tecnica del Paese un allenatore bloccato da un vincolo contrattuale con un’agenzia di scommesse russa è una roba da dilettanti allo sbaraglio. Non stiamo parlando di una clausola burocratica nascosta tra le pieghe di un foglio notarile, ma di un macroscopico macigno commerciale che chiunque abbia un minimo di competenza aziendale avrebbe dovuto individuare e disinnescare tre mesi fa. Che il Direttore Tecnico e l’advisor della Nazionale si siano fatti cogliere di sorpresa, scoprendo le carte solo quando il contratto era già sul tavolo di Giovanni Malagò, qualifica lo spessore della loro azione. Questa non è sfortuna. Questa è negligenza. È l’effetto collaterale di chi passa le giornate a disegnare organigrammi teorici sulle slide e si dimentica di fare le telefonate che contano, di verificare i documenti, di masticare la noiosa ma vitale burocrazia del pallone. Ma il capolavoro della coppia va in scena subito dopo il naufragio. Di fronte a una figura planetaria di queste proporzioni, in un Paese normale due professionisti seri farebbero un bagno d’umiltà. Si metterebbero al lavoro pancia a terra per rimediare, oppure rassegnerebbero le dimissioni per dignità, chiedendo scusa ai tifosi. Maldini e Leonardo no. Loro scelgono la via del ricatto morale, la strategia infantile del “se non giocate con le mie regole, mi riprendo il pallone e vado a casa”. Le voci di dimissioni imminenti, fatte filtrare ad arte per mettere pressione alla Federazione, sono l’ennesima prova di un ego ipertrofico che viene anteposto al bene comune. La Nazionale sta affogando, il tempo stringe, la Serie A chiede certezze, e i due Lord del calcio nostrano si arroccano nella loro torre d’avorio, offesi perché il mondo reale ha osato sporcare il loro dipinto perfetto. La scusa ufficiale della rottura fa quasi ridere: l’incompatibilità con Antonio Conte. Sostenere che il profilo di Conte non sia in linea con il “progetto strutturale a lungo termine” è un insulto all’intelligenza degli appassionati. L’Italia calcistica oggi non è un’azienda tech della Silicon Valley che può permettersi piani quinquennali di sviluppo e branding. L’Italia oggi è un cantiere in macerie, una squadra senza anima, sperduta, che ha bisogno immediato di un sergente di ferro, di uno che sappia ricostruire dalle fondamenta una mentalità vincente, uno che sputi sangue sul campo e pretenda lo stesso dai giocatori. Conte può stare antipatico, può essere spigoloso, esigente, costoso, ma è un vincente seriale. È l’unico pompiere spendibile per spegnere un incendio che sta divorando la casa. Rifiutarlo in nome di una presunta “linea verde” o di una “filosofia del bel gioco” tutta teorica non è programmazione. È cecità. È il rifiuto snobistico di accettare che per vincere, a volte, bisogna scendere in trincea e sporcarsi i vestiti buoni. Sotto questa gestione, la Nazionale è stata trattata come un club privato, un salotto letterario per pochi eletti dove l’estetica conta più del risultato. Leonardo, in particolare, sembra aver esportato in FIGC lo stesso identico copione già visto a Parigi e a Milano: grandi proclami, gestione diplomatica dei rapporti ad altissimo livello, ma un’evidente allergia alle situazioni di reale emergenza, dove serve pragmatismo cinico e non diplomazia felpata. Quando le cose si complicano, la sua risposta è sempre la stessa: la rottura polemica. Maldini, dal canto suo, rischia di dilapidare un patrimonio immenso di credibilità personale, confondendo la sacrosanta difesa della propria autonomia con l’ostinazione cieca di chi non accetta il compromesso politico, dimenticando che la Federazione, piaccia o no, vive di equilibri, di rapporti con la Lega di Serie A, di mediazioni continue. A questo punto, la mossa della FIGC deve essere una sola: aprire quella porta e accompagnarli ai saluti. Il tempo dei compromessi al ribasso per salvare la faccia a chi si sente superiore al sistema è scaduto. Se il prezzo per riportare la fame, la ferocia agonistica e la concretezza di Antonio Conte sulla panchina azzurra è l’addio di Maldini e Leonardo, allora che l’addio sia immediato, senza rimpianti e senza strascichi. Dietro l’angolo non c’è il vuoto, c’è una soluzione che profuma di campo e di spogliatoio vero. L’ombra di Giorgio Chiellini, pronto a subentrare come Direttore Tecnico per fare asse immediato con Conte, è esattamente ciò di cui questa Nazionale ha bisogno. Chiellini ha smesso di giocare l’altro ieri; non ha la puzza sotto il naso, non deve difendere uno status da divinità del calcio, conosce ogni centimetro di Coverciano e sa perfettamente cosa serva oggi a un calciatore italiano per capire l’importanza di quella maglia. Il tandem Chiellini-Conte non sarà elegante, non farà contenti i puristi dell’estetica dirigenziale, ma restituisce alla Nazionale la sua vera natura: una squadra di calcio, non un comitato di filosofi incompresi. Buon viaggio a Maldini e Leonardo, l’Italia non vi rimpiangerà.
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