NewsModric: “La Serie A era un sogno, l’ho realizzato nel club migliore d’Italia. Gioco per smentire chi mi dà del vecchio”
Antonio ScadutoUn finale di stagione amaro, con la qualificazione in Champions League sfumata proprio all’ultimo respiro. Eppure, il bilancio del primo anno italiano di Luka Modric conserva un sapore decisamente positivo. Il fuoriclasse croato si è raccontato a cuore aperto durante l’ultima puntata del PoretCast, il podcast condotto da Giacomo Poretti. Tra il bilancio dell’anno appena concluso e un futuro in rossonero ancora tutto da scrivere, Modric ha espresso il suo profondo legame con il nostro calcio: “Sto davvero bene, sono cresciuto seguendo il calcio italiano. L’Italia ha regalato al mondo del calcio alcuni dei calciatori più intelligenti come Totti, Pirlo, Baggio, Del Piero e altri ancora. I tifosi capiscono di calcio e apprezzano i giocatori tattici e tecnici. Ed è per questo che qui mi sento così bene, sono felice di aver realizzato il mio sogno di giocare in Italia. È successo, e l’ho fatto nel miglior club in Italia, per me”. Ora, per il centrocampista, è tempo di sintonizzarsi sulla frequenza del Mondiale con la sua Croazia, una nazionale di cui è, da sempre, il leader carismatico indiscusso: “Mi piace creare un’atmosfera calma e positiva, è la cosa più importante. Positività, calma. Queste sono le cose che voglio trasmettere ai miei compagni. Voglio portare energia positiva, motivazione, voglia di lottare in campo per la squadra e aiutarsi a vicenda. Queste sono le cose fondamentali”. Ma come si fa a dominare sui campi di tutto il mondo alla soglia dei 40 anni? Per il croato non esistono formule magiche, ma solo priorità chiare: l’amore per il pallone e la spinta emotiva che gli arriva dagli affetti più cari. “Per me la cosa più importante è l’amore per quello che faccio. E poi ci sono le persone importanti: famiglia, moglie, figli, persone vicine. Lo faccio per loro perché vedo quanto sono felici grazie a quello che faccio. E questo mi dà la forza di continuare a lottare e dimostrare che chi mi sottovaluta si sbaglia. La gente ti etichetta come vecchio, dice che non puoi fare questo o quello, ma io prendo forza dalla mia famiglia e da chi mi ama. Lo faccio per loro. La cosa più importante è amare ciò che fai. Io amo il calcio e lo vivo ancora con piacere”. Un segreto che risiede anche nella cultura del sacrificio. Il talento, da solo, non è mai bastato per ridefinire le leggi del tempo: “Un allenatore mi diceva sempre: «Il talento è il 20%, il resto è il duro lavoro». Non so se le percentuali sono davvero queste, ma il senso è che il talento è importante, ma da solo non basta. Se non lavori duramente, se non sei determinato, se non credi in te stesso e non fai tutto ciò che serve per avere successo nella vita, il talento non è sufficiente. Il talento è solo una parte, il resto è lavoro duro e molte altre cose”. Una routine quotidiana che, con il passare degli anni, è diventata paradossalmente ancora più esigente: “Non è solo una, ci sono così tante cose importanti per mantenere alto il livello, soprattutto con l’età. Il recupero è molto importante, e prendersi cura del proprio corpo. E anche il lavoro. Con l’età bisogna lavorare di più. Quando me l’hanno detto la prima volta mi sembrava strano, perché dovrei lavorare di più? Al massimo dovrebbe essere il contrario. E invece è così: devi lavorare di più per mantenere la forma fisica e restare a questo livello. Mi piace lavorare duro, ma anche il recupero è fondamentale. Bisogna trovare l’equilibrio tra le due cose”. Nel corso dell’intervista, Modric ha dedicato un pensiero anche alle guide tecniche incrociate in carriera. Nessuna menzione per i mostri sacri come Ancelotti, Zidane o Allegri, ma un dolcissimo amarcord legato a un allenatore della sua infanzia, l’uomo che gli ha trasmesso la dote più importante: la resilienza. “Ce ne sono stati. Non voglio nominarne solo uno perché sono stato fortunato ad aver lavorato con tanti grandi allenatori e campioni. Ho imparato qualcosa da tutti e mi hanno aiutato tanto durante la mia carriera. Senza allenatori è difficile farcela nel calcio. Ma se devo fare un nome torno a quando ero bambino. C’era un allenatore che arbitrava le nostre partite in allenamento. E fischiava di proposito a nostro sfavore per farci innervosire. Il suo obiettivo era farci capire che nel calcio e nella vita possono succedere molte ingiustizie. E quindi devi rimanere calmo e trovare una soluzione. Per me è stato molto importante impararlo crescendo”.
Foto: Instagram Milan
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