NewsParatici: tra scelte contraddittorie, mercato e improvvisazione
Antonio ScadutoSe alla Fiorentina esistesse una società davvero strutturata, capace di valutare con freddezza il lavoro dei propri dirigenti e di chiedere conto delle decisioni prese negli ultimi mesi, dopo Fabio Grosso dovrebbe finire sotto esame anche Fabio Paratici. Anzi, per quello che si è visto finora, il direttore sportivo è il primo a dover rispondere di una situazione diventata francamente difficile da giustificare. Perché il problema non è soltanto aver scelto l’allenatore sbagliato. Il problema è aver costruito un progetto intorno a quell’allenatore, averlo difeso come una scelta precisa e strategica e poi averlo scaricato dopo appena tre giornate di campionato. Tre sconfitte pesanti, certamente. Ma pur sempre tre partite. A inizio primavera Paratici aveva puntato tutto su Grosso, assumendosi personalmente la responsabilità della scelta. Non una soluzione di ripiego, non un nome tra tanti: il tecnico era stato presentato come il pilastro di un progetto pluriennale. “Con Grosso un progetto di tre anni, fortemente voluto da me”, era stato il concetto espresso dal direttore sportivo. Oggi quella scelta è già stata cancellata. È questo il punto più difficile da comprendere. Se Grosso non era l’uomo giusto, perché costruire intorno a lui il progetto? Se invece lo era, perché cambiare idea dopo novanta giorni e tre giornate di campionato? La domanda non è retorica. È una questione di programmazione. E la risposta, al momento, non c’è. Ancora più sorprendente è ciò che è accaduto dopo: la Fiorentina è tornata su Paolo Vanoli, proprio l’allenatore che lo stesso Paratici aveva precedentemente giudicato non adatto al nuovo corso viola. Prima non andava bene per il progetto, adesso dovrebbe essere l’uomo chiamato a salvarlo. Non è programmazione. È una clamorosa retromarcia. Ed è qui che la questione diventa ancora più seria. Perché Paratici non deve essere giudicato soltanto sulla scelta di Grosso, ma anche sul mercato che ha consegnato all’allenatore. Tredici nuovi giocatori rappresentano un’autentica rivoluzione. Ma una rivoluzione non significa necessariamente costruzione. La Fiorentina ha preso diversi calciatori interessanti, alcuni giovani di prospettiva e altri con qualità tecniche importanti. Il problema è che messi tutti insieme non sembrano ancora formare una squadra equilibrata. Troppi giocatori giovani, troppi profili simili, poca esperienza e soprattutto poca personalità. Una squadra che rischia di assomigliare più a una Under 21 di lusso che a un gruppo costruito per competere ad alto livello. Il caso del centrocampo è emblematico: cinque giocatori disponibili, di cui tre già presenti nella rosa precedente, e nessun vero uomo d’ordine e di rottura. L’assenza di un incontrista era evidente e lo stesso Grosso aveva sottolineato il problema pubblicamente. Il mancato arrivo di Thorstvedt resta uno dei rimpianti più evidenti. Poi ci sono tanti giocatori di talento: Mastantuono, Atta, Valdepenas, Njie, Viery e altri. Ma il talento non basta. A una squadra servono anche gerarchie, personalità, equilibrio, esperienza e giocatori capaci di assumersi responsabilità nei momenti difficili. E poi c’è Moise Kean. La trattativa per la sua cessione trascinata per settimane, fino a diventare praticamente una storia parallela all’inizio della stagione, è stata uno degli elementi più destabilizzanti dell’intera estate. Vendere il giocatore più forte della rosa a campionato iniziato rappresentava già un rischio enorme. Farlo senza avere immediatamente pronta una soluzione all’altezza lo ha trasformato in un problema strutturale. Gli esterni sono arrivati soltanto nelle ultime ore di mercato e, inevitabilmente, si sono ritrovati a inserirsi in una squadra già partita e già in difficoltà. Il mercato non può essere una collezione di opportunità. Deve avere una logica. E soprattutto deve essere funzionale all’allenatore scelto. Questo non significa assolvere Grosso. Le tre sconfitte iniziali sono pesanti, il gioco non ha convinto e alcune scelte dell’allenatore possono essere tranquillamente messe sotto accusa. Ma è altrettanto difficile ignorare un dato: gli sono stati consegnati tredici giocatori nuovi, alcuni arrivati a pochissimi giorni dalla chiusura del mercato. E soprattutto una squadra costruita con caratteristiche che non sembravano coincidere con quelle del suo calcio. Il Sassuolo di Grosso aveva mostrato un’identità basata su pressing, blocco compatto, recupero palla e verticalità, con gli esterni chiamati ad attaccare gli spazi. La nuova Fiorentina, invece, appare molto più orientata al palleggio e al possesso, con una rosa tecnica e giovane ma priva di alcuni elementi indispensabili per dare equilibrio a quel tipo di squadra. Se il direttore sportivo sceglie un allenatore, deve costruirgli una rosa adatta alle sue idee. Non può prima acquistare i giocatori e poi scoprire che il tecnico non li considera funzionali. È una regola elementare. La rottura tra Paratici e Grosso sembrava ormai evidente. Le dichiarazioni dell’allenatore avevano fatto emergere più di una crepa e il silenzio del direttore sportivo dopo le tre sconfitte non ha certamente contribuito a rasserenare l’ambiente. Il divorzio è stato burrascoso e anche il mancato saluto ufficiale della società all’allenatore ha dato l’idea di una separazione tutt’altro che serena. La versione secondo cui tutto sarebbe nato soltanto dai risultati o dal rapporto complicato con la tifoseria convince poco. La sensazione è che il rapporto tra allenatore e direttore sportivo fosse ormai compromesso. E allora viene spontanea una domanda scomoda: Paratici ha esonerato Grosso per salvare la Fiorentina oppure per salvare se stesso? Perché Grosso era una sua scelta. Una scelta rivendicata pubblicamente. Mandarlo via dopo tre giornate significa inevitabilmente mettere in discussione anche chi lo aveva scelto. Il giudizio definitivo sul mercato arriverà soltanto tra qualche mese. Alcuni acquisti potrebbero rivelarsi ottimi, altri potrebbero sorprendere. Sarebbe scorretto bocciare oggi ogni singolo giocatore. Ma una cosa è già evidente: la rosa presenta squilibri che non possono essere ignorati. E quando spendi una cifra enorme, destinata a superare i duecento milioni considerando anche i riscatti, il livello delle responsabilità cresce inevitabilmente. La proprietà dovrà prima o poi interrogarsi sulla sostenibilità economica di un investimento di queste proporzioni. Il problema, quindi, non è unicamente Grosso. È la gestione complessiva del progetto. Paratici ha scelto l’allenatore, ha costruito la rosa, ha gestito il mercato e ha deciso di cambiare guida dopo tre giornate. Se le cose stanno andando male, non può essere l’unico a rimanere fuori dal banco degli imputati. La domanda che oggi dovrebbe porsi la Fiorentina è semplice: chi controlla il lavoro di chi sta costruendo questa squadra? Perché se nessuno lo fa, il rischio è che la rifondazione annunciata si trasformi nell’ennesima stagione di rincorsa. Quanto a Vanoli, merita rispetto e soprattutto tempo. È tornato alla Fiorentina per una scelta di cuore, dopo essere stato giudicato pochi mesi fa non adatto al progetto. Ora gli viene chiesto di correggere gli errori altrui. Non sarà semplice. La squadra è incompleta, giovane e squilibrata. Ma almeno gli venga concesso ciò che a Grosso è stato negato: il tempo di lavorare.
Foto: X Tottenham
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