NewsPio Esposito e Camarda: i classici esempi di talento mal gestito all’italiana
Antonio ScadutoDiventa una notizia, Pio Esposito. Quando invece non dovrebbe esserlo affatto. Una doppietta, una prestazione da protagonista, titolare e decisivo. E subito il rumore: titoli, stupore, la solita retorica da “nuovo fenomeno”. Quando in realtà basterebbe un minimo di lucidità per riconoscere la normalità dei fatti. In Italia, ancora oggi, fatichiamo a comprendere che il talento — quando c’è — non va meravigliato, va accompagnato. Invece lo trattiamo come un evento eccezionale. Altrove, in Europa, a vent’anni sei un calciatore fatto: hai già venti, trenta, quaranta presenze in prima squadra e spesso anche in Nazionale. Ti valutano per quello che sei, non per l’età che hai. Non ti spediscono in un limbo di incertezza o ti incastrano in una narrativa che sa di miracolo sportivo. Pio Esposito è semplicemente un ragazzo di talento. Forte, preparato, maturo. Che sta facendo oggi quello che da tempo si intravedeva avrebbe fatto. Due mesi fa, parlare di un suo possibile spazio nell’Inter pareva utopia: troppo acerbo, si diceva. Troppa concorrenza. Eppure oggi eccolo lì, in campo, protagonista. Era davvero così difficile prevederlo? Per capire quanto sia distorta la gestione del talento in Italia, basta guardare a come il Milan ha gestito Francesco Camarda. Classe 2008, eppure già trattato come un oggetto misterioso: prima squadra, poi Under 23, poi spezzoni qua e là. Fino all’epilogo temporaneo: prestito a Lecce, un anno potenzialmente bruciato per l’indecisione di chi avrebbe dovuto proteggerlo e farlo crescere senza trasformarlo in una pedina da esibire. Il giovane ha bisogno di una sola cosa: giocare. Fare errori, ripetersi, fallire e imparare. È tutto lì. Ma a volte la semplicità ci spaventa, soprattutto quando richiede responsabilità. Va detto: su Pio Esposito, l’Inter ha ragionato bene. Niente prestiti a caso, niente salti nel buio. Ha scelto lo Spezia, lui, per riconoscenza e per continuità. Ha preferito la certezza di 30 partite a un’esperienza incerta in Serie A, magari al Torino, dove le garanzie sarebbero state nulle. Ha fatto la trafila, ha bruciato le tappe, ma nel modo giusto. E l’Inter, Marotta e Ausilio in testa, non ha mai pensato davvero di privarsene. Neanche davanti a una maxi offerta del Napoli — 40 milioni, bonus compresi. Quando credi in un cavallo buono, non lo vendi al primo mercato. Ora che segna, brilla e fa il suo dovere, i riflettori si accendono. Ma è una luce finta, quella che si accende dopo. Dopo che il lavoro è già stato fatto, dopo che la crescita si è già compiuta. Lì, arriva la celebrazione italiana: sempre in ritardo, sempre più teatrale che reale. Basterebbe raccontare il percorso. Seguirlo, invece che scoprirlo a posteriori. Ma si sa, in Italia funziona così: esaltiamo l’ovvio, ci stupiamo del previsto, applaudiamo la normalità come fosse magia. E perdiamo tempo, energie e senso critico. Pio Esposito non è una rivelazione. È la conferma di un lavoro fatto bene. Di un ragazzo forte, con personalità e visione. Di un talento che non ha bisogno di aggettivi esagerati, ma di spazio, fiducia e cronaca onesta. La vera sorpresa? Sarebbe stata non vederlo arrivare fin qui. Il problema è nostro: che continuiamo a scambiare per eccezionale ciò che dovrebbe essere normale. E così facendo, perdiamo tempo. E magari, perdiamo anche i talenti.
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