NewsRocchi, un addio fuori tempo massimo: ha preferito il potere alla dignità, ora l’AIA è in macerie
Antonio ScadutoÈ l’atto di morte della credibilità arbitrale italiana, il capitolo finale di una gestione che ha scambiato il merito con il clientelismo e la trasparenza con il calcolo politico. L’autosospensione di Gianluca Rocchi non è un gesto di dignità, ma la ritirata scomposta di un uomo che ha visto crollare il suo castello di “schermature” e “gradimenti” sotto i colpi di un’inchiesta della Procura di Milano che definire agghiacciante è un eufemismo. Per tre anni, Rocchi ha recitato in televisione il ruolo del moralizzatore, del mentore di una “casa di vetro” che nei fatti, stando alle carte dei PM, era invece un ufficio di pubbliche relazioni al servizio dei potenti del campionato. Il suo mandato è stato un fallimento su ogni fronte: tecnico, etico e comunicativo, culminato in un avviso di garanzia che scoperchia un sistema di gestione delle designazioni che sembra cucito su misura per non scontentare nessuno, tranne la verità sportiva.
Le accuse mosse dai magistrati sono un insulto a chiunque creda ancora nella regolarità del calcio. Leggere che il designatore avrebbe “combinato” la presenza di Andrea Colombo per Bologna-Inter perché considerato un fischietto “gradito” alla squadra nerazzurra trasforma la Serie A in un torneo aziendale, dove l’arbitro non è un giudice imparziale ma una variabile da accomodare per garantire la pace sociale. Ma l’abisso è ancora più profondo quando si parla di “schermature”: manovre chirurgiche per bruciare arbitri “scomodi” come Daniele Doveri in partite meno rilevanti, al solo scopo di proteggere il cammino dell’Inter da direzioni di gara non gradite nelle finali o nei momenti chiave della stagione. Non siamo di fronte a errori umani o a valutazioni soggettive, ma a una vera e propria ingegneria del consenso che calpesta l’integrità della competizione. Rocchi ha gestito la classe arbitrale come un corpo diplomatico, preoccupato più di non irritare i vertici dei club che di far rispettare le regole in modo uniforme. Ancora più ripugnante è il quadro che emerge dall’episodio di Udinese-Parma, dove il “supervisore” Rocchi avrebbe letteralmente commissariato il VAR. Indurre un addetto al monitor a rinnegare ciò che vede per forzare un rigore non è solo un abuso di potere, è lo stupro della tecnologia stessa. Se il VAR, nato per eliminare il dubbio, viene utilizzato come clava gerarchica per imporre una decisione dall’alto, allora il gioco è finito e la fiducia dei tifosi è carta straccia. Sotto la sua guida, l’AIA è stata travolta da scandali interni senza precedenti, dalle vicende di narcotraffico di D’Onofrio alle faide tra fazioni, mentre sul campo la confusione regnava sovrana con protocolli interpretati a corrente alternata. La colpa più grave di Rocchi, però, resta il suo silenzio ostinato e la sua permanenza al potere mentre le nubi dell’inchiesta si addensavano sopra la sua testa. Avrebbe dovuto andarsene molto prima per proteggere l’istituzione, invece ha preferito restare al comando, trascinando l’intera categoria nel fango della sua difesa personale. Oggi l’AIA si ritrova nuda, umiliata e orfana di una guida che ha preferito il potere alla trasparenza. L’autosospensione tardiva di Rocchi non cancella le macchie di un’era tossica, dove il fischietto è diventato uno strumento politico e la credibilità arbitrale è stata svenduta al miglior offerente del “gradimento”. Il calcio italiano ha bisogno di una purga totale: il tempo dei compromessi e delle strategie da corridoio deve finire insieme alla parabola di un designatore che ha fallito sotto ogni punto di vista, lasciando dietro di sé solo macerie e sospetti.
Foto: sito ufficiale AIA
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