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NewsTre anni per seminare, ma alla Lazio il raccolto non si vede. Le responsabilità di Fabiani

sabato 5 settembre 2026 alle ore 21:56di Antonio Scaduto3 min di lettura

Tre anni per seminare, ma alla Lazio il raccolto non si vede. Le responsabilità di FabianiAntonio Scaduto
© foto di Antonio ScadutoCondividiTweet
AAutoreAntonio Scadutosabato 5 settembre 2026 alle ore 21:56 · NewsAltre notizie

A parlare sono bravi tutti. A raccontare progetti, costruire alibi e cercare giustificazioni ancora di più. Poi, però, arrivano i fatti. E quelli di Angelo Fabiani, dopo tre anni alla guida dell’area sportiva della Lazio, raccontano una storia che lascia pochissimo spazio alle interpretazioni: un fallimento tecnico e progettuale che non può più essere mascherato dalle parole. Sorvoliamo persino sull’ultimo appello rivolto alla tifoseria, quel curioso invito a fare un passo indietro per riuscire a farne due in avanti, quasi fosse una coreografia da festa di paese. Il problema è che alla Lazio non servono balletti dialettici: servono risultati, giocatori funzionali e soprattutto un progetto che, dopo tre anni, sia riconoscibile. E qui il problema diventa enorme. Fabiani diventa direttore sportivo nell’agosto 2023. Quella prima estate porta a Roma Kamada, Pellegrini, Rovella, Sepe, Guendouzi, Diego Gonzalez, Castellanos, Mandas, Cancellieri e Isaksen. Nell’estate 2024 arrivano Tchaouna, Noslin, Dele-Bashiru, Dia, Belahyane, Provstgaard, Castrovilli, Artistico, Tavares, Ibrahimovic e Gigot. Poi arriva l’estate 2025, con il mercato in entrata sostanzialmente paralizzato. E, vista la storia successiva, forse è stato persino un bene: almeno si è evitato di aggiungere altri investimenti discutibili a un elenco già difficile da difendere. A gennaio 2026 ecco Taylor, una delle poche intuizioni realmente convincenti, insieme a Ratkov, pagato 13 milioni e finito per rappresentare uno degli esempi più clamorosi di investimento che non ha prodotto quanto promesso. Poi Przyborek, sul quale attendiamo ancora segnali concreti, Daniel Maldini, altra meteora, e Motta. Estate 2026: Pedraza, arrivato da svincolato, Pinamonti, Frattesi, Sutalo, Doekhi, Gudmundsson e Galassi. A questo mercato abbiamo dato 7, con la massima onestà intellettuale. Ma c’è un dettaglio tutt’altro che secondario: gran parte dell’operazione è costruita sui prestiti. Oggi il conto sembra più leggero, domani bisognerà capire quanto costerà davvero questo mercato quando arriverà il momento di mettere mano al portafoglio per trasformare le scommesse in giocatori di proprietà. Ma torniamo al punto: il progetto è triennale. E proprio per questo il confronto con l’estate 2023 è impietoso. Tre anni dopo, nell’organico sono rimasti Rovella, Mandas dopo un interminabile balletto, Dele-Bashiru, Belahyane senza particolare mercato, Provstgaard, Isaksen, Cancellieri ormai vicino alla scadenza, Tavares spesso alle prese con il mal di pancia e Noslin, giocatore che finora ha regalato soprattutto incompiute e pochissimi lampi. E questo dovrebbe essere il risultato di un progetto triennale? Normalmente, se tre anni prima hai seminato bene, oggi dovresti ritrovarti con sei o sette undicesimi titolari costruiti attorno a quel lavoro, giocatori diventati colonne della squadra e una rosa con una precisa identità. Alla Lazio è successo esattamente il contrario: si è cambiato tanto, si è speso, si è scommesso, ma il progetto non ha lasciato una traccia proporzionata al tempo trascorso e alle risorse utilizzate. Qualcuno, negli ultimi anni, si è perfino esercitato nell’impresa di raccontare una realtà diversa. Ma non servono tappetini mediatici quando basta guardare la rosa. E attenzione anche alla retorica delle plusvalenze. Le cessioni di Gila e Castellanos possono aver prodotto guadagni contabili, ma trasformarle in medaglie al valore sportivo sarebbe francamente surreale. Vendere bene un giocatore non cancella eventuali errori commessi nella costruzione complessiva della rosa. Una plusvalenza non è automaticamente una vittoria tecnica. Quindi togliamoci finalmente la benda dagli occhi e proviamo a guardare la realtà senza filtri: dopo tre anni il bilancio del lavoro di Fabiani alla Lazio è pesantemente negativo. Non è una questione di antipatie personali, simpatie o narrazioni di comodo. È una questione di scelte, giocatori acquistati, soldi investiti, giocatori rimasti, giocatori bocciati, scommesse fallite e soprattutto di una rosa che, tre anni dopo, non restituisce l’idea di un progetto costruito con metodo. Le chiacchiere possono continuare. Gli slogan pure. Ma quando si spengono i microfoni resta il campo. E il campo, finora, non assolve Fabiani: lo inchioda alle sue responsabilità.

foto sito lazio

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