NewsUn Tudor inaccettabile, improponibile e indifendibile ieri sera
Antonio ScadutoMettiamo le cose in chiaro da subito: noi Tudor lo stimiamo, e non da ieri. Da anni, da Verona, da Marsiglia, da quando faceva calcio vero senza preoccuparsi dei riflettori. L’abbiamo difeso anche quando sembrava troppo spigoloso per certi ambienti, troppo diretto, troppo tecnico per un calcio abituato a slogan vuoti. Ma questo non significa – e non significherà mai – che ogni sua scelta debba passare liscia, senza analisi o senso critico. Perché ieri sera, contro il City, è stato tutto tranne che all’altezza. Partiamo dal principio. Che fosse una partita “inutile” sulla carta lo abbiamo capito tutti, che la qualificazione fosse già al sicuro pure. Ma inutile non vuol dire priva di dignità, o peggio ancora, di senso. E qui Tudor ha sbagliato. Ha sbagliato nello spirito, nell’approccio, nella lettura. Ha sbagliato nel mandare in campo una squadra che sembrava già con la testa alla conferenza stampa post-partita. E, soprattutto, ha sbagliato a difendere l’indifendibile.Vlahovic – lo diciamo da un anno – è impresentabile (nonostante il gol). E non è una questione personale, è una questione oggettiva. È un corpo estraneo alla manovra, un peso più che una risorsa. Non si muove, non si sacrifica. Tenere lui in campo e lasciare Kolo Muani a sedere è una scelta che grida vendetta, e che stride con la presunta coerenza tecnica di Tudor. La Juventus, in una serata così delicata, meritava coraggio, non diplomazia.E poi ci sono i soliti sospetti: Kostić? Lasciamo perdere… e Savona, che ieri sembrava più spaesato di un turista giapponese nella nebbia di Piacenza. È legittimo ruotare, è giusto dosare, ma quando la rotazione diventa una rinuncia al gioco e alla logica, allora c’è un problema. Le responsabilità non si dividono a metà. Tudor ieri ha parlato poco. Troppo poco. Ha fatto capire tra le righe che la partita non contava. Ma contava eccome. Per chi era allo stadio, per chi l’ha vista da casa, per chi segue questa squadra anche nelle notti europee che finiscono male. Sarebbe bastato un “abbiamo sbagliato tutto”, un “ci prendiamo la responsabilità”, invece è arrivata la solita linea difensiva: il gruppo, l’impegno, l’esperienza. Formule già sentite, già bruciate. Non è un crimine perdere contro il City, ci mancherebbe. Ma è grave perdere così, con l’idea che vada tutto bene. Perché la Juventus, questa Juventus, ha bisogno di identità e orgoglio. E se Tudor non la trasmette nei momenti in cui conta meno il risultato e più il segnale, allora a cosa serve? Non si può sempre spostare la pallina dall’altra parte del campo. Non si può ogni volta evitare di dire le cose come stanno. C’è una parte di stampa che continua a coprire tutto, a minimizzare, a scrollare le spalle. Noi no. Perché la stima non è accondiscendenza, e perché Tudor deve sapere – e lo sa – che il credito si costruisce anche dando un nome e un cognome agli errori, non nascondendoli. Adesso arriva il Real Madrid. Non serve nemmeno descriverlo, bastano tre parole: squadra vera, senza pietà. Se la Juve si presenta così, mentalmente vuota e tatticamente disorganizzata, è la fine. Non si tratta solo di tecnica, si tratta di presenza. Di spirito. Di quel qualcosa che, fino a due settimane fa, sembrava tornato e che ieri è scomparso come se non fosse mai esistito. Tudor ha portato una ventata di ordine, ha rimesso in piedi lo spogliatoio, ha tolto la nebbia da alcune idee. Ma la serenità non può diventare un alibi, né una zona di comfort. La Juve, adesso, ha bisogno di fuoco, non di calma. E Tudor deve ricordarsi chi è: uno che ha costruito la propria carriera sulla capacità di ribaltare scenari e dare l’esempio. Quello vero. Quello che non si vede ieri sera. La questione non è solo di cambi tardivi o di scelte sbagliate: è culturale. È l’idea che, siccome la qualificazione è acquisita, allora tutto sia concesso. Ma la Juve non è mai stata questo. Non può diventarlo. Non può accettare una serata in cui pare che andare in campo sia stato un obbligo, non un’opportunità. Questo atteggiamento, questa indifferenza, è ciò che Tudor deve combattere. Non subirlo. E lo ribadiamo: non è carino, anzi è sbagliato, parlare dell’organico come se fosse un’Armata Brancaleone. Con metà di questi giocatori bastava battere l’Empoli (col filosofo Motta in panchina) delle riserve in Coppa Italia e non farsi stendere dal PSV nei playoff, non scordiamolo. Serve coerenza: se sono giocatori da Juve quando vinci, lo sono anche quando perdi. Quindi sì, Tudor sta riportando un minimo di equilibrio, una parvenza di struttura. Ma non basta fare un passettino avanti per pensare di aver risolto tutto. Serve schiena dritta, parole vere, e soprattutto serve che – quando si sbaglia – qualcuno abbia il coraggio di ammetterlo senza cercare la scusa dell’avversario “troppo più forte”. Che il City è forte si sapeva, ma se anche lui lo sapeva (e sicuramente lo sapeva) perché ha messo quella formazione? Perché ha lasciato in panchina Kolo Muani, Yildiz (farlo entrare sul 3-1 è inutile, quasi offensivo), Conceicao, Thuram? Mistero della fede.
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