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News​“Volevo solo fare bene il mio lavoro”: la storia di Dino Zoff sbarca in prima serata. Data e anticipazioni

lunedì 8 giugno 2026 alle ore 19:51di Antonio Scaduto5 min di lettura

​“Volevo solo fare bene il mio lavoro”: la storia di Dino Zoff sbarca in prima serata. Data e anticipazioniAntonio Scaduto
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AAutoreAntonio Scadutolunedì 8 giugno 2026 alle ore 19:51 · NewsAltre notizie

Nel calcio moderno, fatto di urla, balletti social e spettacolarizzazione esasperata, il silenzio è diventato un linguaggio dimenticato, quasi una colpa. Esiste però un uomo che ha trasformato l’assenza di parole superflue nella forma più alta di autorità e rispetto, dimostrando che per farsi ascoltare non serve alzare la voce. Quell’uomo è Dino Zoff. Per raccontare un mito che ha fatto della sobrietà e del rigore il suo marchio di fabbrica, la televisione di Stato ha scelto la via del ritratto intimo e profondo, lontano da ogni sensazionalismo. Il prossimo 10 giugno 2026, in prima serata su Rai 1 e in contemporanea streaming sulla piattaforma RaiPlay, andrà in onda l’attesissima docufiction “Dino Zoff – Volevo solo fare bene il mio lavoro”. Diretto dal regista Giovanni Filippetto, questo lungometraggio non si limita a celebrare i successi numerici di uno dei più grandi portieri della storia mondiale, ma scava nella filosofia di vita di un atleta che ha attraversato le epoche mantenendo intatta la propria identità, diventando il simbolo di un’Italia che trovava nel sacrificio quotidiano la sua dignità più autentica.
Il titolo racchiude perfettamente l’essenza stessa del portiere friulano: non c’è spazio per l’autocelebrazione o per la retorica del supereroe, ma solo il resoconto di una vita spesa tra i pali con un rigore morale d’altri tempi. Il viaggio narrativo parte da lontano, rifiutando le frammentazioni tipiche dei moderni prodotti televisivi per abbracciare un respiro prettamente cinematografico. Tutto ha inizio tra i campi e le strade di Mariano del Friuli, dove Zoff nasce nel 1942. Il film documenta con delicatezza la giovinezza del portiere, un periodo segnato dai primi rifiuti calcistici legati a una statura considerata inizialmente insufficiente dagli osservatori dell’epoca, e dai famosi rimedi casalinghi a base di uova fresche raccomandati dalla nonna per favorirne la crescita. Questo background contadino e rigoroso forgia il carattere di un ragazzo che impara presto il valore della resilienza, elementi che lo guideranno quando, finalmente notato, inizierà la sua scalata nel calcio professionistico vestendo la maglia dell’Udinese, per poi passare al Mantova e successivamente al Napoli, dove si consacrerà come uno dei profili più affidabili del campionato italiano.
Il cuore pulsante del documentario si focalizza inevitabilmente sugli anni d’oro della sua maturità sportiva, a partire dal trasferimento alla Juventus nel 1972. Con la maglia bianconera Zoff scrive pagine indelebili, collezionando scudetti e strabilianti record di imbattibilità grazie a uno stile di parata essenziale, privo di fronzoli o tuffi spettacolari a favore di telecamera, ma basato su un senso della posizione straordinario e su una concentrazione feroce. Il film mette in luce come la sua leadership all’interno dello spogliatoio torinese non si esprimesse attraverso discorsi altisonanti, bensì tramite l’esempio silenzioso, la puntualità millimetrica agli allenamenti e il rispetto assoluto per i compagni e per gli avversari. Un capitolo altrettanto significativo è dedicato alla sua successiva avventura con la Lazio, un sodalizio vissuto in molteplici vesti, da allenatore a presidente, a dimostrazione di una competenza tecnica e manageriale che andava ben oltre i confini dell’area di rigore.
L’apice emotivo della docufiction coincide ovviamente con la straordinaria epopea della Nazionale azzurra. Zoff è l’unico calciatore italiano della storia ad aver conquistato sia il Campionato Europeo, vinto nel 1968, sia il Campionato del Mondo, sollevato nel cielo di Madrid nel 1982. Le immagini d’archivio, restaurate per l’occasione, mostrano con straordinaria nitidezza i momenti chiave del Mondiale di Spagna, un torneo iniziato sotto il peso di critiche feroci da parte della stampa e culminato nel trionfo assoluto. A quarant’anni compiuti, Zoff guida la squadra da capitano, offrendo prestazioni leggendarie come la parata miracolosa sulla linea di porta nei secondi finali della decisiva sfida contro il Brasile di Zico e Sócrates. La pellicola si sofferma poi sull’iconica partita a scopone scientifico sull’aereo presidenziale di ritorno da Madrid, dove il portiere fa coppia con il Presidente della Repubblica Sandro Pertini contro l’allenatore Enzo Bearzot e Franco Causio, un’istantanea che appartiene ormai alla memoria collettiva e culturale del nostro Paese.
Ciò che distingue questo lavoro da un comune documentario sportivo è la presenza di elementi di finzione sapientemente integrati che fungono da perfetto espediente narrativo. La trama segue infatti la storia di un ragazzino di tredici anni che sogna di fare il portiere ma, scoraggiato da una pesante sconfitta e dal timore di non essere all’altezza, decide di abbandonare il calcio. Per aiutarlo a superare questo momento di crisi, il suo allenatore decide di accompagnarlo in un viaggio alla scoperta della figura di Dino Zoff, mostrando al giovane come la determinazione, la disciplina e la coerenza valgano molto più del talento puro. Questo parallelismo permette di trasformare la biografia di un campione in una vera e propria lezione di vita accessibile alle nuove generazioni, evidenziando come i valori incarnati da Zoff siano universali e senza tempo. Nel cast spicca la presenza dell’attore Marco Bocci, che contribuisce a guidare lo spettatore attraverso questo percorso di formazione ed educazione sportiva.
Il documentario è ulteriormente arricchito da interviste e testimonianze dirette di grandissimo valore umano, raccolte sul prato dello Stadio Olimpico di Roma. Vecchi amici e compagni di squadra come Marco Tardelli e Bruno Conti si ritrovano per ricordare l’uomo dietro i guanti da portiere, regalando aneddoti inediti che mostrano il lato più nascosto, protettivo e ironico del loro eterno capitano. Lo stesso Zoff partecipa attivamente al progetto e, in occasione della presentazione del film, ha confessato con la sua consueta umiltà come rivedersi sullo schermo gli abbia provocato una profonda commozione e un pizzico di imbarazzo, sottolineando la nostalgia per gli amici scomparsi, in particolare per il difensore Gaetano Scirea, suo storico compagno di mille battaglie. In un’epoca calcistica profondamente cambiata, dove l’ossessione per l’apparire rischia di far perdere di vista i veri valori dello sport, “Volevo solo fare bene il mio lavoro” non è semplicemente il racconto delle parate di un fuoriclasse, ma l’omaggio definitivo a un uomo che ha dimostrato al mondo come la vera grandezza non abbia bisogno di essere gridata per rimanere eterna.

Foto google

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