AltroGiustizia sportiva in Italia: tra il comico e il tragicomico
Antonio ScadutoA Milano e a Milano, si è consumata l’ennesima farsa della giustizia sportiva, quella che trasforma ogni atto di colpevolezza in una strizzata d’occhio e in una pacca sulle spalle. Ma davvero, siamo sicuri che questa sia giustizia? O forse è solo l’ennesima dimostrazione che il calcio italiano è il regno dell’impunità, dove chi ha il potere fa come gli pare, e chi subisce le sanzioni è solo un cittadino medio che si arrabatta per arrivare a fine mese? Ecco, il caso di Simone Inzaghi, Hakan Calhanoglu, l’Inter e il Milan ci offre un perfetto spettacolo di impunità mascherata da legalità, il tutto condito con un po’ di finto rigore e la solita faccia tosta di chi crede che gli italiani abbiano memoria corta. La storia la conosciamo: due protagonisti illustri della Serie A, Inzaghi e Calhanoglu, sono coinvolti in una vicenda che riguarda il legame oscuro tra ultras e giocatori. Non si parla di banali trasgressioni, ma di violazioni gravi, quelle che fanno rabbrividire chi ha ancora a cuore l’idea di un calcio pulito. Due articoli del codice di giustizia sportiva sono stati violati, quelli sulla lealtà, correttezza e probità, e sull’obbligo di non avere contatti con gruppi ultras. Il che vuol dire che, al netto delle ipocrisie, abbiamo a che fare con un contesto che non solo è marcio, ma che ha anche il coraggio di minimizzare tutto con un “patteggiamento” che si traduce in sanzioni ridicole. Inzaghi e Calhanoglu riceveranno una squalifica di una sola giornata (bravi, veramente), che li terrà fuori contro il Verona. Una sola giornata. È come se uno scappasse via da una rapina e gli venisse data una pena che equivale a una multa per divieto di sosta. L’Inter, che ha dimostrato di avere una responsabilità diretta, si becca una sanzione di 70.000 euro, una cifra che sembra provenire da un altro pianeta, quasi fosse una cifra simbolica che, se confrontata con il valore economico dei suoi giocatori, è un’inezia. Javier Zanetti, uno dei simboli della squadra, finisce in un angolo con una multa di 14.500 euro, mentre Massimiliano Silva e Claudio Sala si prendono la stessa cifra con l’aggiunta di 30 giorni di inibizione. Ma davvero pensiamo che qualcuno si sentirà dissuaso o che questa punizione farà scattare un processo di autocomprensione? E il Milan? Non se la cava meglio. Multato con 30.000 euro per responsabilità oggettiva sui comportamenti di Fabio Pansa, inibito per 30 giorni, e di Davide Calabria, che, per il momento, ha scelto di non patteggiare e sarà quindi ascoltato dalla Procura Federale. Il Milan ha ricevuto una multa che non si traduce nemmeno in un graffio per una delle società più ricche del campionato. Eppure, sono coinvolti in un sistema che, se non fa male all’immagine, certo non aiuta certo a restituire credibilità al calcio italiano. Dove stiamo andando, signori? In un paese dove tutto si riduce a un “patteggiamento” e le pene sono ridotte all’osso, dove il processo giuridico sembra un’opzione facoltativa e dove il merito sportivo è sostituito dall’impunità, a chi chiediamo giustizia? È questo il calcio che vogliamo? Non è più una questione di errori, ma di un sistema che ha perso il senso della misura e del rispetto verso i tifosi, verso chi investe e soprattutto verso chi si sforza di fare le cose nel giusto modo. Se l’Italia fosse un paese normale, se questo fosse un sistema giuridico che non si fa prendere dal braccio lungo dei potenti, le pene sarebbero ben altre. Inzaghi e Calhanoglu avrebbero ricevuto una sospensione di almeno 4-5 giornate, se non di più. L’Inter, che ha dimostrato di avere una responsabilità oggettiva, sarebbe stata penalizzata con una squalifica di punti. Mentre per il Milan, una multa sarebbe stata la minima delle sanzioni, con l’aggiunta di una revisione della condotta interna, e la revisione della gestione del rapporto tra tesserati e ultras, che non può essere una questione lasciata a buon senso o a farsa amministrativa. In un paese normale, le indagini sulla corruzione nelle curve e sui legami tra tifosi e club sarebbero trattate con il massimo rigore, e chi infrange certe regole sarebbe pronto ad affrontare conseguenze serie. Ma non in Italia. Qui, tutto passa sotto silenzio, e il tutto si riduce a una farsa senza precedenti. Un’altra pagina di una storia che non finisce mai, con chi cerca giustizia che resta con la testa tra le mani e chi manovra dietro le quinte che continua a ridere.
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