Edizione di martedì 27 ottobre 2026Aggiornato alle 00:15

martedì 27 ottobre 2026 ore 06:57

Il calcio a 360 gradi

juventusmilaninternapoliromalazioatalantafiorentinatorinobolognagenoacagliariudineselecceveronacomoparmasassuolopisacremonesesampdoriapalermoveneziamonzaempoli
LIVE
Altro

AltroGravina, meglio il silenzio. E un briciolo di dignità

mercoledì 1 aprile 2026 alle ore 10:23di Antonio Scaduto3 min di lettura

Gravina, meglio il silenzio. E un briciolo di dignitàAntonio Scaduto
© foto di Antonio ScadutoCondividiTweet
AAutoreAntonio Scadutomercoledì 1 aprile 2026 alle ore 10:23 · AltroAltre notizie

​C’è qualcosa di profondamente letterario, quasi shakespeariano, nell’ostinazione con cui Gabriele Gravina si aggrappa alla sua scrivania di Via Allegri mentre il calcio italiano, fuori dalla sua finestra, emette l’ultimo rantolo. Non è più una questione di sport, di schemi o di diagonali difensive; siamo di fronte a un caso clinico di scollamento dalla realtà. Sentirlo dichiarare, con la flemma del burocrate che ha appena rinnovato l’assicurazione auto, che “il progetto deve andare avanti” dopo la disfatta di Zenica, non è solo un errore politico. È un atto di sadismo sportivo.

​Entrato in carica nel 2018 con il piglio del modernizzatore, Gravina ci aveva promesso la luna: vivai floridi, stadi avveniristici e una riforma dei campionati che avrebbe reso la nostra Serie A il giardino d’Europa. Otto anni dopo, il bilancio è un bollettino di guerra. I nostri settori giovanili sono diventati centri di smistamento per onesti mestieranti, i nostri stadi cadono a pezzi sotto il peso della burocrazia che lui doveva snellire, e la riforma dei campionati è rimasta un file PDF nel cestino del suo desktop.

La sua gestione è stata un capolavoro di immobilismo dinamico: muovere freneticamente le carte sulla scrivania per dare l’impressione del cambiamento, mentre l’unica cosa che si muoveva davvero era il cronometro che segnava i nostri dodici anni di assenza dai Mondiali. Un dodicennio di oblio che ha trasformato una generazione di bambini italiani in esperti di geografia esotica, costretti a tifare per nazioni di cui ignoravano l’esistenza pur di sentire l’odore di una competizione che la loro bandiera ha dimenticato.

Il vero capolavoro di Gravina, però, resta l’Europeo 2021. Quella vittoria, nata dal sudore di un gruppo e dall’estetica di Mancini, è stata per lui ciò che l’elisir di lunga vita è per un alchimista. Ne ha bevuto ogni goccia, usandola come oppio dei popoli per zittire i critici e come scudo spaziale per proteggere la sua poltrona. Banchettare su quel trofeo mentre il sistema marciva alla base è stato un esercizio di parassitismo senza precedenti. È come se il proprietario di una casa che sta crollando si vantasse di aver vinto un premio per il colore delle tende. ​Oggi, quel paravento è caduto. E dietro non c’è nulla. Non c’è una base tecnica, non c’è un’idea di futuro, non c’è nemmeno il pudore di un passo indietro. C’è solo un “No” alle dimissioni che suona come una sfida alla logica. Presidente, la sua non è tenacia; è vandalismo istituzionale.

Il suo richiamo al “mandato da completare” è la beffa finale. Quale sarebbe il compito rimasto? Assicurarsi che non resti nemmeno la memoria di cosa significhi giocare un Mondiale? In qualunque altro ambito della vita civile, un amministratore delegato che brucia il valore del marchio per tre cicli consecutivi verrebbe accompagnato alla porta con un cordiale invito all’anonimato. In FIGC, invece, il fallimento sembra essere un titolo di merito, una medaglia al valore burocratico. Lei, Presidente, è il volto di un’Italia che non sa più vincere ma ha imparato benissimo a giustificarsi. È il curatore fallimentare che si presenta al funerale dell’azienda lodando la qualità del legno della bara. UmiliarLa ulteriormente è superfluo, perché la Sua ostinazione a restare è già l’umiliazione più grande che Lei infligge a se stesso e alla carica che ricopre. ​Se ne vada, Gravina. Porti via i Suoi dossier, le Sue riforme mai nate e la Sua insopportabile spocchia di chi pensa di poter spiegare l’apocalisse con un grafico a torta. Il calcio italiano ha bisogno di un incendio purificatore, e Lei è l’ultimo pompiere rimasto a gettare benzina sulle fiamme. Il sipario è calato, il pubblico è uscito, e Lei è rimasto solo a recitare un monologo che non incanta più nessuno. Nemmeno i Suoi grandi elettori.

Foto: sito Figc

Mostra i commenti

Caricamento…