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AltroInter-Juventus, l’arte dell’errore spiegata bene (ma proprio bene)

domenica 15 febbraio 2026 alle ore 23:06di Antonio Scaduto4 min di lettura

Inter-Juventus, l’arte dell’errore spiegata bene (ma proprio bene)Antonio Scaduto
© foto di Antonio ScadutoCondividiTweet
AAutoreAntonio Scadutodomenica 15 febbraio 2026 alle ore 23:06 · AltroAltre notizie

C’è un modo elegante per chiedere scusa. Poi c’è il modo italiano: ammettere l’errore, spiegare che però non è proprio un errore, aggiungere che il sistema funziona benissimo e concludere che, in fondo, è colpa di chi ha provato a “fregarti”. Benvenuti nel “day after” di Inter-Juventus. La partita è finita 3-2. Ma il risultato sportivo è diventato un dettaglio nel momento esatto in cui Pierre Kalulu è stato espulso per un contatto con Alessandro Bastoni che in qualunque campionato europeo avrebbe generato discussione, non una sentenza capitale. Rosso diretto. Senza appello. Senza esitazione. Fin qui, potremmo anche parlare di errore umano. L’arbitro Federico La Penna vede in una frazione di secondo, interpreta, decide. Può sbagliare. Succede. Il calcio non è un laboratorio sterile. Il problema nasce dopo. Perché il VAR – quello strumento nato per evitare che un abbaglio cambi una partita – guarda, rivede, analizza, rallenta, zoomma… e decide che va tutto bene così. Che non c’è nulla di “chiaro ed evidente” da correggere. Qui si compie il capolavoro concettuale: trasformare l’errore in coerenza procedurale. Il giorno dopo arriva il designatore Gianluca Rocchi. E qui entriamo in un territorio affascinante. Rocchi ammette che l’espulsione è un errore. Bene. Punto a favore. Ma subito dopo spiega che c’è stata una “chiara simulazione” e che i giocatori “cercano di fregarli”. È una dichiarazione che merita di essere incorniciata. Perché è l’equivalente arbitrale di: “Abbiamo sbagliato, ma avevamo le nostre ragioni emotive”. Il messaggio subliminale è straordinario: il sistema non funziona male; è messo alla prova da attori troppo bravi. Non è il protocollo a essere limitante; è la furbizia dei calciatori a renderlo vulnerabile. È un rovesciamento semantico di altissimo livello. Rocchi difende La Penna, lo definisce mortificato. E ci mancherebbe. Ma la questione non è la mortificazione personale. È l’effetto oggettivo: una partita di vertice indirizzata da un’espulsione che il designatore stesso definisce sbagliata. Qui nasce il cortocircuito. Se è un errore, perché il VAR non interviene? Se il VAR non interviene perché il protocollo non lo consente, allora il problema è il protocollo. Se il protocollo non viene messo in discussione, allora l’errore è accettato come inevitabile. E se l’errore è inevitabile, perché abbiamo il VAR? È un sillogismo semplice, quasi brutale. La Juventus, fino a quel momento, stava giocando una partita di personalità, organizzazione, maturità. Dopo l’espulsione, è stata costretta a giocare un’altra gara: quella della sopravvivenza. E paradossalmente ha mostrato più carattere in dieci che in undici. Questo è il dato tecnico che resta. Ma il centro dell’editoriale non è il risultato. È la narrazione. Perché quando il designatore parla di giocatori che cercano di “fregare” gli arbitri, introduce un principio pericoloso: l’idea che l’errore sia quasi una conseguenza comprensibile del contesto. Come se la responsabilità si diluisse nell’ambiente. No. L’arbitro deve essere preparato anche alla simulazione. Il VAR deve servire esattamente a neutralizzare l’inganno. Se una caduta accentuata basta a generare un rosso non correggibile, allora il sistema non è sofisticato: è fragile. E la fragilità, in uno sport miliardario, non può essere normalizzata. C’è un altro aspetto che merita attenzione: la costante difesa corporativa. Ogni volta che emerge un errore grave, la comunicazione è sempre la stessa. Toni pacati, analisi tecnica, riconoscimento parziale, nessuna conseguenza sistemica. È una liturgia.Il rischio non è la polemica del lunedì. Il rischio è l’erosione lenta della credibilità. Perché i tifosi accettano di perdere. Accettano l’errore umano. Ma fanno più fatica ad accettare l’errore certificato e poi giustificato con un’alzata di spalle regolamentare. Il VAR doveva ridurre le ingiustizie evidenti. Invece, in casi come questo, le rende ufficiali. Le timbra. Le archivia. E la sensazione, sempre più diffusa, è che il sistema arbitrale italiano viva in una comfort zone autoreferenziale: si ammette l’errore, ma non si mette mai davvero in discussione la struttura che lo ha prodotto. La domanda, allora, non è se La Penna abbia sbagliato. La domanda è: cosa cambia dopo che si ammette l’errore? Se non cambia nulla, se il protocollo resta intoccabile, se la narrazione si sposta sulla furbizia dei calciatori, allora il messaggio che passa è semplice: l’errore è parte del paesaggio. Abituatevi. E no, non è accettabile. Il calcio italiano non ha bisogno di eroi in giacca nera né di confessioni tardive. Ha bisogno di coerenza. Di uniformità. Di un VAR che intervenga quando serve, non quando è comodo. Perché una partita come Inter-Juventus dovrebbe essere ricordata per il livello tecnico, per la qualità delle giocate, per il coraggio delle scelte tattiche. Invece la ricorderemo per un rosso che non doveva esserci e per una spiegazione che, nel tentativo di difendere il sistema, ne ha evidenziato tutti i limiti. E la cosa più grave è che tutto questo viene raccontato con serietà istituzionale. Con tono grave. Con l’aria di chi pensa di aver chiarito. Forse sì: hanno chiarito una cosa. Che il problema non è l’errore. È l’idea che, in fondo, vada bene così.

Foto: Google

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