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AltroIl carrozzone della Serie C: debiti, sogni infranti e stipendi d’oro

lunedì 4 agosto 2025 alle ore 14:27di Antonio Scaduto3 min di lettura

Il carrozzone della Serie C: debiti, sogni infranti e stipendi d’oroAntonio Scaduto
© foto di Antonio ScadutoCondividiTweet
AAutoreAntonio Scadutolunedì 4 agosto 2025 alle ore 14:27 · AltroAltre notizie

Il calcio italiano è un mondo a sé, un pianeta dove le leggi della logica e della finanza si piegano a dinamiche surreali. Da un lato, società tecnicamente fallite che sopravvivono solo grazie al prestigio di un nome o alla passione di una piazza. Dall’altro, club costretti a rinascere dalle ceneri ogni pochi anni, ripartendo da Serie D o addirittura dall’Eccellenza. Piazze storiche come Avellino, Catania o Vicenza, che perdono tifosi e dignità sotto il peso di gestioni improvvisate, di “imprenditori” che sognano il colpaccio e finiscono travolti dai debiti. Di chi è la colpa? Di chi dovrebbe vigilare e non lo fa. Di chi consegna le chiavi di società gloriose a personaggi che non distinguono un bilancio da una formazione titolare. La Serie C, stagione 2024/25, ha toccato il fondo. Un disastro di proporzioni bibliche, con club in crisi finanziaria, penalizzazioni e tifosi esasperati. Ma cambierà qualcosa nella stagione 2025/26, che sta per iniziare? La risposta è un secco no. Il carrozzone va avanti, e chi lo guida continua a incassare stipendi da capogiro. Prendiamo Matteo Marani, rieletto presidente della Lega Pro nell’ottobre 2024 per altri quattro anni, oltre a essere presidente della Fondazione Museo del Calcio. Due poltrone, un solo uomo, e un ingaggio complessivo che, secondo stime passate, si aggirava intorno ai 350 mila euro annui. Cifre da manager di multinazionali, non da guida di una lega dove i calciatori aspettano stipendi per mesi e nessuna società, nemmeno una, chiude il bilancio in attivo. E Gabriele Gravina, presidente della FIGC, dov’è? Sempre al suo posto, a quanto pare, nonostante le critiche. È stato lui a sostenere Marani, definendolo una “guida capace, mite e solida”. Ma la realtà racconta un’altra storia. La Serie C è un malato terminale, e la tanto decantata “Riforma Zola”, promossa da Marani e dal suo vice Gianfranco Zola, sembra un cerotto su una ferita aperta. L’idea? Premiare i settori giovanili di club come Albinoleffe o Pro Patria come se fossero le cantere di Barcellona o Real Madrid. Risultato? Si costringono le squadre a schierare giovani spesso non pronti, solo per rispettare quote e ottenere incentivi, a scapito della qualità del campionato. Negli ultimi cinque anni, quanti talenti “obbligatori” della Serie C sono arrivati in Serie A? Pochi, pochissimi. La maggior parte svanisce nel nulla, inghiottita da un sistema che premia l’età, non il merito. Intanto, il ReportCalcio 2024 della FIGC dipinge un quadro desolante: le perdite aggregate di Serie A, B e C negli ultimi 17 anni ammontano a 9,3 miliardi di euro. In Serie C, club come Padova, Benevento o Catania registrano perdite medie tra i 7 e gli 8 milioni annui, mentre gli altri oscillano tra 1 e 3 milioni. Su 60 società, nessuna genera profitti. Eppure, in questo disastro, c’è chi continua a parlare di “segnali di ripresa” e di “sviluppo sostenibile”. Marani, dal canto suo, promette “controllo dei costi” e un “Salary Cap” per la Serie C, ma sono parole che suonano vuote quando le società arrancano e i tifosi vedono i loro club sull’orlo del baratro. E poi c’è la voce, non confermata, di una mail che Marani avrebbe inviato alla FIGC per chiedere controlli più “leggeri” sulle società di Serie C. Non abbiamo prove, ma il solo pensiero fa rabbrividire. Immaginate cosa succederebbe a club già fragili come Taranto, Turris o Messina con regole ancora più permissive. Sarebbe il colpo di grazia. Intanto, il Ministro dello Sport Andrea Abodi, che nel 2024 ha proposto un’agenzia governativa per i controlli finanziari sui club (idea che ha scatenato polemiche), sembra più concentrato su Euro 2032 che sulle macerie della Serie C. La Serie C non cambierà, non quest’anno né probabilmente il prossimo. È un sistema che premia i burocrati e abbandona chi lo tiene in vita: i tifosi, i giocatori, le città. Mentre Marani e Gravina parlano di “futuro insieme” e di “giovani talenti”, il calcio italiano affonda, e qualcuno, sul ponte di comando, continua a brindare. La domanda è semplice: fino a quando? La risposta la conoscete già.

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