AltroMertens, storia di un 10 atipico: dal Belgio al Galatasaray, passando per Napoli
Antonio ScadutoC’è una storia nel calcio che ha il sapore delle favole, ma senza la retorica delle mete facili. È la storia di Dries Mertens, uno di quei giocatori che sembravano destinati a fare da comparsa e che invece, con testardaggine, talento e amore per il gioco, sono finiti per scrivere pagine di storia. Non solo in Belgio. Non solo a Napoli. Ma ovunque sia passato. E ora, all’alba dei 38 anni, mentre il fisico comincia a chiedere tregua, Mertens annuncia che è quasi arrivato il momento di dire basta. “Mi metto le scarpe per l’ultima volta”, ha detto. E allora, prima che cali il sipario, è giusto raccontare tutto. Dal primo dribbling in Belgio fino ai cori turchi dell’Ali Sami Yen.
Dries nasce a Leuven il 6 maggio 1987, in una famiglia semplice, lontana dai riflettori. Inizia a giocare a calcio quasi subito, mostrando sin da bambino una tecnica superiore, una fame diversa. A 11 anni entra nel settore giovanile dell’Anderlecht, ma dopo pochi anni viene scartato: “troppo piccolo, troppo leggero”. È la classica etichetta che nel calcio può segnarti per sempre.
Ma Dries non si abbatte. Riparte dal Gent, poi dall’AGOVV Apeldoorn, nella seconda divisione olandese. Lì trova un ambiente che crede in lui. Diventa capitano, segna gol, guida la squadra e viene premiato come miglior giocatore della stagione nel 2009. Era chiaro ormai: quel ragazzino rifiutato dai grandi stava preparando la sua rivincita. Nel 2009 passa all’Utrecht, in Eredivisie. È il trampolino giusto. In due stagioni segna 21 gol e mette insieme 25 assist: numeri che non passano inosservati. Il PSV Eindhoven decide di puntare su di lui. Con i biancorossi, Mertens gioca due stagioni ad altissimo livello: 45 gol in tutte le competizioni, prestazioni brillanti in Europa, e un’intelligenza tattica che lo rende uno dei migliori esterni offensivi del campionato olandese. Nel 2013, all’età di 26 anni, arriva la chiamata della Serie A. Ad aspettarlo, una città pronta ad adottarlo per sempre. Dries Mertens arriva a Napoli in punta di piedi, per 9,5 milioni di euro. Rafa Benítez lo accoglie in una squadra ricca di talento, ma non è subito titolare. Eppure, ogni volta che entra, cambia il ritmo. Segna, corre, dribbla. Diventa subito un beniamino. Ma è con Maurizio Sarri che esplode davvero: il tecnico toscano, dopo l’addio di Higuaín e un infortunio di Milik, lo trasforma da esterno a falso nueve. Una scommessa? No, un colpo di genio. Mertens risponde con una stagione da 34 gol, numeri da centravanti puro. Con lui, il Napoli gioca il calcio più bello d’Italia. Arrivano sfide epiche con la Juventus, una corsa scudetto sfiorata, notti magiche di Champions e soprattutto un amore folle con il popolo partenopeo. Non lo chiamano più solo Dries: per tutti è “Ciro”, un nome tutto napoletano per un’anima che ormai parla la lingua del Vesuvio. Diventa il miglior marcatore della storia del club, superando Hamsik e Maradona, chiudendo la sua avventura in azzurro con 148 gol in 397 partite. Nessuno ha segnato più di lui nella maglia del Napoli. Nessuno, forse, ha incarnato così bene lo spirito della città. Mertens non è stato solo una leggenda napoletana. Con il Belgio ha fatto parte della cosiddetta “golden generation”: Hazard, De Bruyne, Lukaku, Courtois. Con la maglia dei Diavoli Rossi ha collezionato oltre 100 presenze, partecipando a tre Mondiali (2014, 2018, 2022) e due Europei (2016, 2020). Non sempre titolare, ma sempre determinante. Il suo gol all’incrocio contro l’Algeria nel 2014 è ancora oggi tra i più belli della competizione. Con il Belgio ha chiuso con 21 gol, diventando uno dei grandi della sua generazione. Nell’estate del 2022, tra lacrime e commozione, Mertens lascia Napoli dopo nove anni. Non lo fa per soldi, né per rancori: semplicemente, le strade si dividono. Va al Galatasaray, uno dei club più caldi e iconici d’Europa. In Turchia ritrova un entusiasmo simile a quello partenopeo. Con la maglia giallorossa conquista due campionati consecutivi (2022‑23 e 2023‑24), segnando gol pesanti e diventando subito un leader anche nello spogliatoio. L’ultima partita della stagione 2024‑25 contro il Başakşehir è un momento simbolico: Mertens segna dal dischetto, esce tra gli applausi, abbraccia la moglie Kat, piange. È forse davvero l’ultima. Il pubblico lo saluta come una leggenda, anche lì, a Istanbul.
La storia di Mertens è quella di chi ha dovuto lottare contro le etichette, contro i pregiudizi fisici, contro l’idea che talento e successo siano legati solo alla potenza o alla statura. Lui ha vinto con l’intelligenza, con la tecnica, con il cuore. È stato un gigante nel corpo di un folletto. Un campione nel senso più puro.
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