AltroQuando il silenzio di Spalletti parla più di mille parole
Antonio Scaduto«Devo parlare con il presidente Gravina, qualcosa è successo». Quella frase, pronunciata così, quasi a sussurro dopo la figuraccia in Norvegia, suona come un allarme rosso lampeggiante nel cuore della tempesta azzurra. Perché, onestamente, parlare di “qualcosa è successo” è un eufemismo che non regge: sarebbe più corretto dire che «qualcosa si è rotto» — e male. È francamente surreale trovarci a dover affrontare questa crisi da bar dello sport proprio alla vigilia della partita contro la Moldavia, seconda tappa di qualificazioni mondiali che, diciamolo, già ci vede in ritardo e in affanno. Perché aspettare fino a lunedì sera? Perché lasciare che la Nazionale sguazzi nel fango delle polemiche e delle tensioni interne, quando sarebbe il momento di mettersi in riga e giocarsi il tutto per tutto? Le ombre emerse sullo sfondo prima del match norvegese non sono una semplice parentesi: sono turbolenze capaci di far vacillare il comando, di spingere Spalletti a rompere il silenzio e a uscire allo scoperto. Ma qui sta il punto: se il commissario tecnico ha davvero deciso di mollare la presa, non sarebbe stato più intelligente — e meno dannoso — evitare di tuffarsi in questo frullatore di voci e tensioni nelle prossime 48 ore? Soprattutto con una partita che vale come un match point, in una corsa che è già un inseguimento disperato. A prescindere dai nomi che circolano e dal delicato equilibrio della situazione, resta un interrogativo amaro e chiaro: chi sta davvero guidando questa Nazionale? E con quale strategia? Perché la sensazione, qui, è che si stia navigando a vista mentre la barca affonda — e senza nemmeno un timoniere davvero al comando.
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