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giovedì 18 settembre 2025 alle ore 19:15di Antonio Scaduto4 min di lettura

CHIVU SI SVEGLIAntonio Scaduto
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AAutoreAntonio Scadutogiovedì 18 settembre 2025 alle ore 19:15 · EditorialeAltre notizie

L’Inter ha fatto una scelta. Sulla carta, persino coraggiosa: affidarsi a Chivu, ex bandiera silenziosa, volto pulito, uomo di casa. L’idea romantica del traghettatore con pedigree nerazzurro, pronto a prendersi la scena con discrezione e visione. Una scommessa affascinante, certo. Solo che ora, vista dal campo, sembra più una rappresentazione teatrale di fine anno: buone intenzioni, tanto impegno, applausi di circostanza. Ma fuori luogo. Completamente. La sensazione – sempre meno vaga – è che Chivu sia stato catapultato su una poltrona troppo grande, e che il suo unico pensiero sia non farla traballare. Resta immobile, educato, inamidato, anche quando intorno tutto brucia. Più che un allenatore, un custode. Ma uno di quelli che ha paura persino di toccare i quadri alle pareti. Le buone intenzioni non bastano. Non in un club come l’Inter. Non quando l’unico risultato visibile è un allenatore che sembra convinto di guidare ancora la Primavera, con le stesse cautele, lo stesso approccio da laboratorio protetto. Il problema non è solo tecnico. È prima di tutto culturale. Chivu, finora, dà l’impressione di non aver ancora capito davvero dove si trova. Di non aver metabolizzato che essere allenatore dell’Inter significa mettersi al centro del caos. Governarlo. E, soprattutto, sporcarsi le mani. C’è chi ha provato a giustificare l’operazione dopo la vittoria sul Torino. “Si vede la mano di Chivu”, hanno detto. Ma era più un esercizio di riempitivo che una reale analisi. Serve pur dire qualcosa, anche quando non c’è più niente da dire. La verità è che l’errore – il vero errore – non è (solo) suo. È di chi ha pensato che un paio d’anni tra i ragazzini bastassero per lanciarsi sulla tolda di comando di una corazzata dove ogni scelta, ogni cambio, ogni parola pesa come piombo. All’Inter, ogni silenzio è un comunicato, ogni panchina un caso, ogni pareggio un processo. E Chivu sembra ancora troppo intimorito per reggere tutto questo. Il Mondiale per Club doveva essere il suo battesimo del fuoco. È sembrata una gita aziendale. Uscita prematura, esperimento fallito, e quella sensazione – ormai costante – che Chivu sia ospite in una casa che non è la sua. Gentile, composto, ma prigioniero del terrore di rompere qualcosa. O, peggio, di disturbare. Le scelte tecniche lo confermano. Diouf e Luis Henrique non sono comparsate. Sono investimenti veri. Rinforzi pensati per dare profondità, soluzioni. Eppure, quando si tratta di cambiare, Chivu torna sempre al piano A. Che è, per inciso, l’unico che sembra conoscere. Darmian, Zielinski, Bonny. Profili da garanzia, certo. Ma anche la garanzia che nessuna rivoluzione ci sarà mai. Sembra allenare con il freno a mano tirato, come se sbagliare fosse peggio che non provarci. Ma in un club di vertice, l’errore figlio del coraggio vale più dell’inerzia travestita da cautela. I cambi sono scolastici. Privi di intuizione. Un 1:1 continuo, meccanico. Come se lo schema fosse stato scritto da qualcun altro. L’arbitro prende una decisione controversa? Si guarda. L’avversario cambia marcia? Si aspetta. I titolari sono sulle gambe? Si spera. La gestione dei momenti è assente. Non passiva: rassegnata. Nel frattempo, la squadra perde smalto, brillantezza, tensione. E Chivu resta lì, impassibile, come uno spettatore privilegiato del suo stesso fallimento. Non manca la qualità in rosa. Manca qualcosa di molto più grave: la percezione che ci sia un’idea. Una guida. Un pensiero forte. E, soprattutto, un allenatore vero. La cosa più inquietante è che, quando viene incalzato, Chivu si infastidisce. Come se porre domande fosse una scortesia. Come se notare che Thuram ride sullo 0-1 fosse lesa maestà. Come se parlare dei milioni in panchina fosse un attacco personale. Ma questo è il mestiere. Allenare l’Inter significa anche dare conto. Esporsi. Accettare che ogni parola sia vivisezionata. E se non ci si sente pronti a tutto questo, allora non è il proprio posto. Per ora, Chivu sembra voler dimostrare solo una cosa: di saper “stare al suo posto”. Ma l’Inter non ha bisogno di qualcuno che stia al suo posto. Ha bisogno di uno che se lo prenda. Che lo abiti. Che lo comandi. Oggi Chivu non lo fa. E, con rispetto, bisogna dirlo senza giri di parole: è inadatto. Perché non si tratta di pazienza, di tempo, di fiducia. Si tratta di presente. E il presente dell’Inter non può essere affidato a un apprendista che si comporta come se non sapesse nemmeno di essere stato promosso. Prima lo capisce lui, meglio per tutti. Oppure lo capisca il club. Prima che il conto finale non riguardi solo una stagione, ma l’intero progetto.

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