EditorialeJUVE, NON BASTA CAMBIARE ALLENATORE
Antonio ScadutoCambiare allenatore è la cosa più facile. Basta prendere una decisione, mandare via Luciano Spalletti, cercare un altro nome e raccontare ai tifosi che da domani comincerà una nuova storia. Peccato che a Torino questa storia l’abbiamo già vista troppe volte. Si cambia allenatore, si promette una svolta, si riparte con le solite dichiarazioni e poi, alla prima difficoltà, si ricomincia a parlare di esoneri. Intanto, chi ha sbagliato spesso rimane al proprio posto e la Juventus continua a pagare il conto. Ecco perché, dopo lo 0-3 contro la Lazio e il successivo 2-0 di Lecce, sarebbe un errore fermarsi soltanto al nome dell’allenatore. La vittoria al Via del Mare ci voleva, eccome. McKennie e Douglas Luiz hanno firmato due gol importanti, sono arrivati tre punti e almeno per una domenica la Juventus ha evitato di peggiorare una situazione già complicata. Non c’è niente di male nel riconoscerlo. Ma nemmeno bisogna prendere in giro i tifosi: vincere a Lecce non significa aver risolto i problemi, così come perdere male contro la Lazio non significa che ogni singolo giocatore sia diventato improvvisamente scarso. Il problema è quello che sta in mezzo a queste due partite: una squadra che non dà abbastanza garanzie, che alterna risultati e prestazioni e che continua a lasciare troppe domande senza risposta. La classifica, del resto, non fa sconti. Al 26 ottobre 2026 la Juventus è settima con 14 punti, otto in meno rispetto a Inter e Lazio, che comandano a quota 22. Il campionato è ancora lungo, nessuno mette in discussione questa evidenza, ma sarebbe ridicolo far finta che vada tutto bene. La Juventus non è stata costruita per galleggiare a metà classifica e aspettare che prima o poi qualcosa cambi. È stata costruita per competere, per vincere e per stare in alto. Se dopo otto giornate si ritrova già a inseguire con questo distacco, qualcuno deve spiegare perché. E la risposta non può essere sempre la stessa: serve tempo. Il tempo è la giustificazione che funziona una volta, forse due. Poi arrivano i risultati, arrivano le prestazioni e bisogna assumersi le proprie responsabilità. La vittoria di Lecce ha fatto comodo a tutti, soprattutto a chi aveva bisogno di abbassare la pressione dopo la batosta contro la Lazio. Ma guardiamo la partita senza farci prendere dall’entusiasmo. Nel primo tempo la Juventus ha trovato due gol, ha gestito meglio la situazione e ha avuto il merito di indirizzare la gara. McKennie ha sfruttato l’occasione su palla inattiva, Douglas Luiz ha trovato la giocata del raddoppio. Bene, bravi, tre punti. Poi, però, è arrivata la ripresa e la squadra ha cominciato ad abbassarsi, lasciando troppo spazio al Lecce e rinunciando progressivamente a giocare con la stessa convinzione. Non è la fine del mondo, ci mancherebbe. Ma nemmeno una cosa da ignorare. Una squadra che vuole tornare a essere grande non può vivere ogni vantaggio come una liberazione e ogni minuto che passa come un conto alla rovescia verso il fischio finale. Deve saper tenere il pallone, uscire dalla pressione, ripartire e impedire all’avversario di prendere coraggio. La Juventus, invece, continua a dare la sensazione che, appena le cose si complicano, diventi tutto più difficile del necessario. È questo che preoccupa. E allora Spalletti deve rispondere, perché non è arrivato a Torino per fare da spettatore. È stato scelto per dare una direzione alla squadra, mettere ordine, migliorare i giocatori e costruire qualcosa di riconoscibile. Dopo un anno, è legittimo chiedersi a che punto sia il lavoro. Non basta avere un buon curriculum, non basta parlare bene in conferenza stampa e non basta trovare una spiegazione per ogni problema. Conta ciò che la squadra fa in campo. E finora, al netto di qualche buona prestazione e della vittoria di Lecce, le risposte non sono state sufficienti. Questo non significa che bisogna esonerarlo domattina. Significa che le critiche sono meritate e che il tecnico deve dimostrare di avere ancora in mano la situazione. Ma sia chiaro: non accetto nemmeno il ragionamento opposto, quello per cui basta mandare via l’allenatore e tutti gli altri diventano innocenti. Perché i giocatori non possono continuare a nascondersi dietro la panchina. Quando un difensore perde l’uomo, quando un centrocampista sbaglia un pallone semplice, quando un attaccante non attacca lo spazio o quando la squadra smette di correre, non sempre la colpa è dell’allenatore. A volte il problema è anche chi scende in campo. E alla Juventus ci sono calciatori che devono cominciare a guardarsi allo specchio. Non basta avere un nome, non basta essere costati tanto e non basta raccontare che bisogna avere pazienza. Chi indossa questa maglia deve dimostrare di meritarsela. Se non rende, viene criticato. Se continua a non rendere, la società deve prendere in considerazione anche altre scelte. Funziona così nelle grandi squadre, o almeno dovrebbe. Il discorso riguarda anche gli investimenti che non stanno rendendo quanto ci si aspettava. Koopmeiners, per esempio, a Bergamo aveva mostrato qualità, personalità e capacità di inserirsi negli spazi. Alla Juventus fa ancora fatica a lasciare il segno con la continuità che ci si aspettava da lui. Possiamo discutere del ruolo, del modulo e dei compiti che gli vengono assegnati, ma alla fine resta una domanda semplice: quanto sta dando alla squadra rispetto a quello che potrebbe dare? Lo stesso vale per Kolo Muani, che dovrebbe essere messo nelle condizioni di sfruttare la velocità e l’attacco alla profondità, invece di ritrovarsi troppo spesso a lottare spalle alla porta con i difensori avversari. Qui la responsabilità è condivisa. Il giocatore deve fare di più, ma l’allenatore deve anche trovare il modo di farlo rendere. Perché acquistare un calciatore e poi non riuscire a valorizzarlo è un problema tecnico, e quando il problema riguarda investimenti importanti diventa anche un problema societario. È qui che la discussione si fa seria. Perché ogni volta che la Juventus va male, ricomincia il solito giro di nomi. E puntualmente rispunta Antonio Conte. È comprensibile: conosce l’ambiente, ha già vinto a Torino e rappresenta un’idea di calcio fatta di carattere, lavoro e disciplina. Ma riportarlo subito alla Juventus sarebbe davvero la risposta a tutto? Io non ne sarei così sicuro. Non perché Conte non sia un grande allenatore, ma perché il rischio sarebbe quello di utilizzare ancora una volta un nome forte per coprire problemi che esistono ben oltre la panchina. Arriverebbe un nuovo tecnico, si parlerebbe di rivoluzione, i giocatori avrebbero un’altra possibilità di ricominciare e la dirigenza potrebbe presentare il cambiamento come una soluzione. Poi, se le cose non funzionassero, si cercherebbe il prossimo allenatore. E avanti così. No, grazie. Se Spalletti non riuscirà a rimettere in piedi la squadra, la sua posizione dovrà essere valutata senza sentimentalismi. Nessuno ha il posto garantito. Ma un eventuale arrivo di Conte dovrebbe essere il risultato di una scelta ragionata, inserita in un progetto preciso, non una mossa dettata dalla paura o dalla necessità di calmare la piazza. E soprattutto dovrebbe essere accompagnato da una rosa adeguata e da una società capace di sostenere le proprie decisioni. Altrimenti cambierebbe il nome sulla porta dello spogliatoio, ma non cambierebbe il resto. E qui arriviamo al vero nodo della questione: la società. La Juventus ha bisogno di una guida presente, autorevole, capace di farsi sentire quando le cose vanno male e di pretendere risposte da chi ha responsabilità operative. Serve un presidente realmente operativo, non una figura che compare soltanto quando c’è da rappresentare il club nelle occasioni ufficiali. Non significa mettere bocca sulla formazione o decidere chi deve giocare domenica. Significa esserci, dare una linea, controllare che il progetto abbia una logica e chiedere conto delle scelte fatte. Chi ha costruito questa rosa deve spiegare se gli investimenti sono stati all’altezza delle necessità. Chi ha scelto l’allenatore deve valutare il suo lavoro. Chi scende in campo deve dimostrare di avere carattere e voglia di vincere. Non è difficile da capire. È una questione di ruoli e responsabilità. Il problema è che alla Juventus sembra mancare proprio questa chiarezza. Si parla molto di allenatori, di mercato e di nomi, ma troppo poco di chi debba rispondere quando il progetto non produce i risultati attesi. E allora il sospetto è che si preferisca concentrare tutto sulla panchina perché è la soluzione più visibile, quella che fa notizia e che permette di dare l’impressione di aver fatto qualcosa. Ma prendere una decisione non significa necessariamente risolvere un problema. A volte significa soltanto spostarlo. La vittoria di Lecce, lo ripeto, è una buona notizia. Dopo lo 0-3 contro la Lazio serviva una reazione e almeno il risultato è arrivato. McKennie e Douglas Luiz hanno fatto il loro dovere, la squadra ha portato a casa tre punti e adesso ha il compito di dare continuità a questo successo. Sarebbe sbagliato sminuirlo, così come sarebbe sbagliato esaltarlo oltre misura. Non siamo davanti a una svolta certificata, ma nemmeno a una vittoria da buttare via. Siamo davanti a un’occasione. La differenza la farà quello che succederà nelle prossime partite. Se la Juventus dimostrerà di essere più compatta, di saper giocare con maggiore personalità e di non sparire quando l’avversario alza la pressione, allora si potrà cominciare a parlare di un’inversione di tendenza. Se invece torneranno le stesse difficoltà, il successo di Lecce resterà soltanto una parentesi positiva dentro una stagione che finora ha prodotto più preoccupazioni che certezze. E a quel punto nessuno potrà invocare la sorpresa. La classifica è lì, le prestazioni sono sotto gli occhi di tutti e il tempo degli alibi sta finendo. Spalletti deve dimostrare di meritare la fiducia, i giocatori devono smetterla di nascondersi e la società deve assumersi le proprie responsabilità. Basta scaricare tutto sull’allenatore, basta pensare che un nuovo nome risolverà automaticamente ogni problema e basta considerare normale una Juventus che fatica a trovare continuità. Il tifoso non chiede necessariamente di vincere tutte le partite. Chiede di vedere una squadra che sappia lottare, un progetto che abbia un senso e una società che non si presenti ogni volta al punto di partenza. La Juventus deve ritrovare orgoglio, ma anche serietà nelle scelte e chiarezza negli obiettivi. Perché il rischio più grande non è perdere una partita contro la Lazio o vincere a fatica a Lecce. È abituarsi a tutto questo, trattare ogni risultato positivo come una liberazione e ogni sconfitta come l’occasione per cambiare allenatore. Cambiare Spalletti potrebbe anche diventare necessario, ma pensare che basti cambiare Spalletti è l’errore più grave che la Juventus possa commettere. Prima di scegliere il prossimo allenatore, qualcuno deve avere il coraggio di dire chi ha sbagliato, perché ha sbagliato e cosa intende fare per evitare che succeda ancora. Perché questa volta non basta un altro nome, non basta un’altra promessa e non basta neppure il 2-0 di Lecce. Questa volta servono fatti. E servono da parte di tutti.
Foto: X Juventus
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