EditorialeMANCINI E GLI AMICI A CORRENTE ALTERNATA
Antonio ScadutoRoberto Mancini non può diventare uno spot pubblicitario che si accende o si spegne a seconda del risultato. Eppure, a guardare certi meccanismi dell’informazione sportiva, sembra funzionare proprio così. Dopo la figuraccia contro il Belgio — e anche dopo alcune scelte iniziali difficili da comprendere — i suoi amici, giornalisti e direttori vari hanno improvvisamente smarrito il pulsante dei social. Nessun grande titolo di lancio, nessuna analisi muscolare, nessuna celebrazione dell’uomo e dell’allenatore. Una comprensibile, quanto curiosa, ritirata nello sgabuzzino del silenzio. Poi la Turchia ha regalato una vittoria squillante e, miracolo dei miracoli, sono tornati tutti in pista. Puntuali, pimpanti, pronti a rispolverare l’agiografia. È un meccanismo che, a quanto pare, appartiene a una ristrettissima élite mondiale. Tre allenatori, soprattutto: Massimiliano Allegri, Roberto Mancini e José Mourinho. Quando perdono, la responsabilità è sempre altrove: la società, il mercato, l’arbitro, i giocatori, il destino, magari anche il meteo. Quando vincono, diventano invece infallibili, visionari, maestri autentici e irripetibili. E sia chiaro: esistono influencer capaci di sostenere una tesi anche con forza, persino con ironia, senza trasformare ogni discussione in una rissa da bar. Bravi loro. Su altri personaggi, invece, sarebbe più elegante stendere un velo. Perché il becero chiama il becero, e il becero — nel meraviglioso mondo dell’algoritmo — porta clic, ascolti e qualche minuto di gloria. Il punto, però, è un altro. Che professionisti con quarantacinque anni di mestiere alle spalle si prestino ancora a questi giochini da adolescenza digitale dice molto del tempo in cui viviamo. E dice soprattutto quanto siamo lontani da ciò che il giornalismo dovrebbe fare: raccontare, verificare, contestualizzare, anche criticare. Non tifare. Tra l’altro, questo tipo di protezione non fa nemmeno un favore a Mancini. Anzi. Un allenatore non ha bisogno di una claque permanente. Ha bisogno di essere giudicato per quello che fa. Se è bravo, emergerà anche senza i titoli celebrativi degli amici. Se sbaglia, sarebbe molto più utile che qualcuno glielo dicesse.
Restando nel mondo degli allenatori, c’è poi una regola piuttosto semplice: se una società non ha più fiducia nel proprio tecnico, non può pensare di comprarla al supermercato quando serve. A un certo punto bisogna decidere. E salutarsi. La storia di Carlos Cuesta al Parma è, sotto questo aspetto, quasi un piccolo manifesto del nostro modo di fare calcio: entusiasmo improvviso, aspettative sproporzionate e, spesso, poca chiarezza su dove si voglia realmente arrivare. Cuesta era arrivato nell’estate del 2025 con una presentazione da nuovo Messia. Il calcio, però, raramente rispetta i comunicati stampa. Il suo Parma ha mostrato per lungo tempo un’identità piuttosto conservativa: blocco basso, buona organizzazione nei primi trenta metri e poi affidamento alla qualità degli uomini offensivi, nella speranza che qualcosa accadesse. Nulla di scandaloso, per carità. Un’idea di calcio può essere più o meno piacevole, ma resta un’idea. Il problema nasce quando quella proposta viene raccontata come una rivoluzione copernicana e poi, sul campo, la rivoluzione non si vede. Io non discuto le potenzialità di Cuesta. Può ancora diventare un ottimo allenatore, soprattutto se riuscirà a modificare piano gara, lettura delle partite e approccio mentale. Ma proprio per questo viene da chiedersi se fosse davvero necessario costruire attorno al suo arrivo un evento quasi epocale. Per ottenere un percorso simile, forse, sarebbe bastato guardare un po’ più vicino a casa. E magari anticipare di un anno l’arrivo di Alberto Gilardino, che nell’estate del 2025 era stato un candidato autorevole prima che il Parma decidesse di imboccare la strada Cuesta. Non è una bocciatura definitiva per Cuesta. È, semmai, la fotografia di un progetto che ha prodotto pochi acuti e molte domande. E ci sono due particolari che rendono questa storia ancora più difficile da comprendere. Il primo: già la scorsa estate Parma e Cuesta erano arrivati molto vicini alla separazione. Poi si decise di proseguire insieme, confidando in cambiamenti che, almeno sul piano tattico, erano complicati da immaginare senza cambiare profondamente l’impostazione. Il secondo è ancora più curioso: Cuesta viene esonerato durante la sosta e soprattutto dopo una vittoria. Quella vittoria aveva regalato qualche preziosissima bombola d’ossigeno e, almeno sulla carta, qualche argomento per aspettare. Invece no. È difficile non avere la sensazione che siano stati persi quindici mesi. Non necessariamente perché Cuesta non fosse all’altezza, ma perché il progetto non è mai sembrato davvero avere una direzione condivisa. Adesso tocca a Gilardino. E la sua sfida è doppia: ripartire con il Parma e dimostrare che quella candidatura di un anno fa non era una suggestione estiva. Forse meritava semplicemente di ricominciare dal primo gradino del calcio, non dall’ultimo girone dell’Inferno della Serie B. E soprattutto meritava una società convinta della scelta prima ancora di annunciarla.
foto x azzurri
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