EditorialeDAVID, UN’ALTRA VITA
Antonio ScadutoNel calcio capita anche questo: investi su un giocatore, lo aspetti, poi smetti di aspettarlo. E quando ricomincia a segnare altrove, ti accorgi che forse il problema non era mai stato soltanto suo. È quello che sta succedendo con Jonathan David. Alla Juventus non è arrivato uno sconosciuto. Non era una scommessa pescata chissà dove, né un attaccante da scoprire. La sua carriera aveva già detto parecchio. Eppure a Torino abbiamo visto un altro David, quasi la controfigura di quello che aveva convinto il club a puntare su di lui. Prima Tudor, arrivato in una situazione destinata a durare poco. Poi Spalletti, salito su un treno già partito e costretto a costruire le proprie gerarchie strada facendo. David è rimasto progressivamente fuori. Non una bocciatura annunciata con tanto di comunicato, ma qualcosa di più sottile e forse persino più pesante: la sensazione di non essere più indispensabile. Nel calcio è un confine sottile. Un attaccante può sbagliare un gol, ma se comincia a pensare di dover dimostrare qualcosa a ogni pallone, il problema diventa più grande del pallone stesso. Poi è arrivato l’Atletico Madrid. E il David che sembrava essersi perso a Torino ha ricominciato a giocare, correre, segnare. Simeone gli ha restituito una cosa che non si compra sul mercato: la sensazione di essere una scelta. Non sappiamo quanto durerà, non sappiamo dove porterà questa storia, ma una cosa è già evidente: l’attaccante canadese non era evaporato. Questo crea un piccolo paradosso per la Juventus. Perché ogni gol di David all’Atletico Madrid non è soltanto un gol. È anche un promemoria. Il riscatto vale 25 milioni. Una cifra significativa, certo. Ma adesso saranno proprio le prestazioni di David a rendere quella cifra più o meno discutibile. E più il giocatore tornerà a essere quello conosciuto prima di Torino, più dalle parti della Continassa qualcuno dovrà chiedersi se il problema fosse davvero il giocatore. La storia di Nico Gonzalez racconta una versione ancora più particolare dello stesso film. Voluto da Thiago Motta nel 2024 come uno degli uomini della nuova Juventus, Nico non riuscì a diventare quello che ci si aspettava. Troppi cambi di posizione, troppe incertezze, una squadra che non trovava una direzione precisa. Lui ci mise del suo, naturalmente, ma sarebbe comodo fermarsi a quella spiegazione. A Madrid, invece, il Cholo lo ha guardato con occhi diversi. L’Atletico Madrid lo ha preso, lo ha rimesso dentro una struttura e ha ottenuto risposte decisamente più interessanti. Poi, però, è arrivato il momento di pagare. E lì la musica è cambiata. L’Atletico Madrid ha provato a tirare sul prezzo, la Juventus ha resistito. Nessuno aveva fretta di regalare qualcosa all’altro. Una trattativa fatta di attese, sconti richiesti e porte lasciate socchiuse. Alla fine Nico è tornato a Torino. E qui arriva il dettaglio più interessante: Spalletti non ha ritrovato un esubero, ha ritrovato un giocatore. Nico può stare in più zone dell’attacco, ha qualità, gamba e soprattutto quella voglia di dimostrare che forse, in questi mesi, gli era mancata. Nelle prime cinque giornate è stato tra quelli che hanno lasciato le sensazioni migliori. Non è un nuovo acquisto. È qualcosa di più curioso: un vecchio acquisto che finalmente sembra arrivato. E poi c’è Reda Belahyane, perché la storia si ripete anche alla Lazio. Al Verona era un talento, a Roma è diventato un punto interrogativo. Fino a quando le assenze di Rovella e Cataldi non gli hanno restituito spazio. Non serviva un miracolo. Serviva giocare. E forse è proprio questo il filo che unisce David, Nico e Belahyane: non la favola della rinascita, che sarebbe troppo facile, ma qualcosa di molto più concreto. Nel calcio un giocatore può perdere valore senza aver perso valore. Basta cambiare squadra, allenatore, ruolo, gerarchie. Basta finire dalla parte sbagliata di una scelta tecnica. Poi arriva un’altra occasione e improvvisamente il mercato ricomincia a parlare di te.
foto instagram david
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