EditorialeMALAGÒ: PRESIDENTE IERI, COMMISSARIO OGGI E MONARCA DOMANI
Antonio ScadutoC’è una bellezza surreale nel modo in cui il calcio italiano riesce a trasformare qualsiasi procedura burocratica in una barzelletta venuta male, di quelle che ti costringono a chiedere se i dirigenti della nostra massima istituzione calcistica abbiano un ufficio stampa o una ditta di disinfestazione mentale. Prendete il capolavoro estivo del 22 giugno 2026: Giovanni Malagò viene incoronato presidente della FIGC al primo turno, forte di un plebiscito del 68,58%. Una valanga di voti, un’investitura solenne, i riflettori puntati e le trombe che suonano. Peccato che, mentre tutti festeggiavano, nessuno si fosse accorto di un piccolo, insignificante dettaglio: il nostro eroe, al momento di sedersi sulla poltrona più ambita del pallone italiano, non era neppure tesserato per la Federcalcio.
Esatto. È come se nominaste amministratore delegato di un’azienda aerospaziale uno che ha dimenticato la licenza media, o come se eleggeste Papa uno che deve ancora fare la Prima Comunione. Non stiamo parlando del fuorigioco semi-automatico o del modulo da schierare contro San Marino, ma dei requisiti minimi di base per guidare l’ente che dovrebbe governare lo sport più amato del Paese. Roba che persino in un torneo aziendale di calcetto tra scapoli e ammogliati farebbero più attenzione ai cartellini. Invece no: prima ti eleggiamo con gli applausi e i confetti, e poi, a cose fatte, ci ricordiamo di aprire il regolamento per scoprire che la frittata è fatta.
A quel punto si è aperto il classico circo equestre giuridico all’italiana. Da una parte il CONI a raccogliere pareri pro-commissariamento con la stessa voracità con cui un affamato cerca tartufi; dall’altra la FIGC che arruolava schiere di legali pronti a giurare sulla Costituzione e sulle profezie maya che tutto fosse perfettamente regolare. Un teatrino imbarazzante, degno della migliore commedia dell’arte, in cui la domanda fondamentale rimaneva una sola: ma con quale faccia ci si presenta a gestire la baracca se non si è nemmeno capaci di verificare se il candidato ha le carte in regola prima di metterlo su un piedistallo?
La risoluzione di questo dramma esistenziale è arrivata il 6 ottobre, e bisognerebbe incorniciarla nelle scuole di amministrazione pubblica come manuale di come non risolvere mai i problemi. La Giunta del CONI si riunisce e approva all’unanimità il commissariamento della FIGC. Il Consiglio nazionale ratifica. Fin qui, direte voi, una ventata di sano spoil system, la testa del re che rotola nella segatura. E invece no, perché il vero colpo di genio doveva ancora arrivare: chi viene nominato commissario straordinario per traghettare la Federazione fuori dal pantano? Sempre lui. Giovanni Malagò.
Avete capito bene. Lo stesso identico uomo la cui elezione irregolare aveva fatto crollare il castello di carta viene premiato… rimettendolo esattamente sulla stessa sedia, con lo stesso stipendio, ma con un cappello diverso in testa. Prima era presidente (abusivo nei fatti), ora è commissario (per grazia ricevuta). Cambia la carta intestata, cambia la dicitura sul biglietto da visita, ma la poltrona non ha nemmeno fatto in tempo a raffreddarsi. Una mossa da veri maestri del gattopardismo: cambiamo tutto affinché nulla cambi, giusto il tempo di timbrare quattro moduli e preparare le prossime elezioni di gennaio dove, ma guarda un po’ il caso, il nostro Giovanni potrebbe pure ripresentarsi come candidato unico. Un capolavoro di democrazia sovietica applicata al pallone.
E la parte più esilarante è che questa specie di colpo di mano travestito da compromesso è stato salutato con un trionfo unanime. Tutti d’accordo, tutti felici, tutti a brindare all’accordo di pace. Ma quale pace? Questa è la certificazione notarile che la classe dirigente calcistica italiana preferisce ridicolizzarsi pur di non ammettere di aver fatto una figura barbina. Hanno trasformato un cortocircuito istituzionale in una comica finale in cui il piromane viene nominato capo dei vigili del fuoco perché “almeno conosce già la zona”.
Lo stesso Malagò, con un briciolo di lucidità che gli fa onore, ha definito l’intera vicenda «triste e imbarazzante». Ha ragione. È tristissima ed è di un imbarazzo cosmico. Solo che, caro Giovanni, se la barzelletta è venuta male, non basta dire “scusate la gaffe” per far finta che non si sia riso tutti alle vostre spalle. Il sistema ha mostrato al mondo intero di essere una scatola vuota retta da dilettanti allo sbaraglio che improvvisano la governance come una comitiva di adolescenti organizza una gita fuori porta. Presidente per caso, commissario per turno, candidato per inerzia: una magnifica sequenza che dimostra come nel nostro calcio l’unica cosa che non retrocede mai sia la faccia tosta.
foto instagram malagò
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