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EditorialeCARNEVALI, SCELTA DA JUVE. LE DIFFERENZE CON COMOLLI

lunedì 15 giugno 2026 alle ore 17:17di Antonio Scaduto4 min di lettura

CARNEVALI, SCELTA DA JUVE. LE DIFFERENZE CON COMOLLIAntonio Scaduto
© foto di Antonio ScadutoCondividiTweet
AAutoreAntonio Scadutolunedì 15 giugno 2026 alle ore 17:17 · EditorialeAltre notizie

C’è stato un tempo, nella storia recente della Juventus, in cui la sacralità del chilometro zero aziendale era una regola non scritta, quasi un dogma religioso. Il dirigente bianconero perfetto doveva conoscere a memoria non solo le pieghe del bilancio, ma anche le targhe delle auto che entravano nel parcheggio della Lega Calcio a Milano, le debolezze politiche dei presidenti di provincia e le abitudini alimentari dei procuratori più influenti d’Italia. Il club, storicamente, si è sempre fondato su una liturgia manageriale tanto pragmatica quanto spietata: poche parole, molta sostanza, zero spazio alle interpretazioni filosofiche. Poi, per una serie di contingenze storiche e il desiderio di esplorare fumose frontiere gestionali, la Continassa si è improvvisamente trasformata in un laboratorio di geopolitica applicata al pallone. Un esperimento presuntuoso e totalmente sconnesso dalla realtà che, per dodici lunghissimi mesi, ha portato il nome di Damien Comolli. ​Il 12 giugno 2026, però, il Consiglio di Amministrazione bianconero ha dovuto finalmente premere il tasto “reset”. Di comune accordo con l’azionista di maggioranza, la società ha interrotto un rapporto che definire fallimentare è un gentile eufemismo, affidando le chiavi della macchina Carnevali, operativo ufficialmente da oggi, lunedì 15 giugno. La gestione di Comolli a Torino è stata un disastro gestionale, politico e culturale su tutta la linea. Il manager francese è sbarcato alla Continassa preceduto da una narrazione quasi mitologica sulle sue capacità di analista, forte di esperienze all’Arsenal, al Liverpool e del miracolo in provetta del Tolosa. Peccato che Torino non sia una periferia francese e la Juventus non sia una startup della Silicon Valley da governare a colpi di Moneyball e fogli Excel. Comolli ha preteso di applicare il dogma dei dati e delle metriche avanzate in un campionato, la Serie A, dove se non capisci l’anima dello spogliatoio e non conosci le dinamiche umane ti schianti alla prima curva. E lo schianto è stato devastante. Sotto la sua reggenza, la Juventus ha perso totalmente la bussola. Mentre il dirigente francese si arroccava in una torre d’avorio, ingaggiando un braccio di ferro teorico ed estenuante sul rinnovo di Dusan Vlahovic. Per non parlare delle sue perle di mercato: spendere ben 40 milioni di euro sul cartellino di Louis Openda in un momento storico in cui i bilanci societari imponevano la massima prudenza è stato un azzardo ingiustificabile, un capriccio da fanta-scouting estero che ha appesantito le casse senza colmare le reali lacune della rosa (anzi, le ha peggiorate). ​Il capolavoro in negativo di Comolli resta però la gestione dei rapporti umani. Il muro di gomma eretto nei confronti di Luciano Spalletti è la fotografia esatta della sua inadeguatezza. Un tecnico viscerale, che vive di campo e psicologia come Spalletti, è stato costretto a subire le rigidità dottrinali di un manager che guardava le partite attraverso lo schermo di un computer. Le frizioni quotidiane hanno logorato l’ambiente, aggravatesi dalle indiscrezioni sulla costante e ingombrante presenza a bordo campo della moglie del manager, Selinay. Il sipario social offerto da quest’ultima su Instagram (“Non è male avere un marito che non pensa al club 20 ore al giorno”) è la certificazione finale di un distacco totale, quasi aristocratico, dalla causa bianconera. ​Il passaggio da Comolli a Carnevali è una vera e propria epurazione filosofica. La Juventus ha ammesso l’errore di aver affidato le proprie sorti a un teorico e ha scelto un uomo di campo. Con Comolli la Juventus ha toccato il punto più basso in termini di peso politico istituzionale. Il manager francese ha totalmente ignorato le dinamiche della Lega Serie A, considerandole un retaggio provinciale. In Italia i diritti tv, i calendari e il potere si decidono presenziando alle assemblee e parlando la lingua dei presidenti nostrani. Carnevali, da anni eminenza grigia delle stanze dei bottoni del calcio italiano, restituisce immediatamente alla Juventus il rispetto istituzionale che Comolli aveva polverizzato. ​Se Comolli pensava di fare mercato comprando figurine suggerite dal software, Carnevali porta a Torino l’arte della negoziazione reale. Il suo curriculum a Sassuolo parla da sé: ha preso una realtà di provincia e l’ha trasformata in una boutique finanziaria, piazzando colpi milionari (Locatelli, Frattesi, Scamacca) e trattando da pari a pari con le big. Carnevali sa come guardare negli occhi un calciatore e sa come sedersi a tavola con i procuratori. La gestione del caso Vlahovic (semmai venisse riaperta) passerebbe finalmente dalle slide sterili di Comolli alle mani di un professionista che sa come si chiude un accordo. Comolli ha gestito la Continassa con il distacco glaciale di un liquidatore, lasciando Spalletti solo a gestire le tempeste mediatiche. Carnevali ha l’esperienza e l’empatia necessarie per fare quello che un vero dirigente della Juventus deve fare: proteggere la squadra, fare da scudo all’allenatore e far sentire la presenza forte della società ogni giorno. La Juventus del 2026 non aveva bisogno di un profeta d’importazione convinto di poter spiegare il calcio a chi lo ha inventato, né di una gestione asettica. Aveva bisogno di un bagno di realtà.
​L’arrivo di Giovanni Carnevali chiude ufficialmente la pagina più confusa e presuntuosa della storia manageriale recente del club. L’equivoco Comolli è finalmente alle spalle, ricreazione finita.

Foto: Instagram Sassuolo

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