Edizione di martedì 27 ottobre 2026Aggiornato alle 00:15

martedì 27 ottobre 2026 ore 06:05

Il calcio a 360 gradi

juventusmilaninternapoliromalazioatalantafiorentinatorinobolognagenoacagliariudineselecceveronacomoparmasassuolopisacremonesesampdoriapalermoveneziamonzaempoli
LIVE
Editoriale

EditorialeCONTE DA IMPAZZIRE

sabato 24 maggio 2025 alle ore 18:39di Antonio Scaduto3 min di lettura

CONTE DA IMPAZZIREAntonio Scaduto
© foto di Antonio ScadutoCondividiTweet
AAutoreAntonio Scadutosabato 24 maggio 2025 alle ore 18:39 · EditorialeAltre notizie

Il Napoli ha vinto il suo quarto scudetto. Già questo basterebbe a mandare in visibilio un’intera città, ma la storia non finisce qui — perché a scrivere l’epilogo di questa stagione è stato un uomo che con gli scudetti ha una certa familiarità: Antonio Conte. Il tecnico salentino aggiunge così il quinto titolo italiano alla sua collezione (senza contare la Premier League alzata col Chelsea, dettaglio tutt’altro che trascurabile), entrando a pieno titolo in un Olimpo ristrettissimo di allenatori che non solo vincono, ma lo fanno ovunque vadano. E con questo trionfo, Antonio il Vero, Conte l’Inesorabile, ha fatto anche qualcosa che nessun altro era riuscito a fare: portare tre club diversi allo scudetto — Juventus, Inter e adesso Napoli. Fabio Capello? Sì, sul campo aveva fatto lo stesso con Milan, Roma e Juve, ma sappiamo tutti che fine hanno fatto quei due titoli bianconeri, volatilizzati tra asterischi e sentenze.Conte ha riscritto anche un altro suo record personale, quello che già lo vedeva protagonista. Se nel 2012 trasformò una Juventus settima classificata in campione d’Italia in dodici mesi, oggi può alzare ancora l’asticella: il Napoli l’anno scorso era decimo. Decimo. E oggi è campione. Un miracolo laico in piena regola, senza incenso ma con tanto sudore e schemi rivisitati. Perché sì, Conte, che in molti dipingevano come il sacerdote del 3-5-2, ha dimostrato di sapersi reinventare. Ha cambiato, adattato, improvvisato: non per vezzo tattico, ma per necessità. Tra infortuni a ripetizione, cessioni e una rosa che sembrava più una sfida per un reality show che una rosa da titolo, ha dovuto anche salutare Kvaratskhelia a gennaio e farselo rimpiazzare con Okafor. Roba che avrebbe fatto sprofondare anche i più ottimisti nel catastrofismo. E invece no: Napoli è rimasta lì, presente, con qualche inciampo ma mai in ginocchio, capace di non sbagliare proprio quelle partite contro le squadre di bassa classifica che, come insegnano i manuali non scritti del calcio, sono quelle che decidono davvero chi vince.È stato uno scudetto diverso, questo. Niente passeggiate trionfali come con Spalletti, niente coriandoli anticipati. Questo è stato lo scudetto del corto muso, del punto in più sull’Inter, delle vittorie sporche, dei sudatissimi 1-0. Uno scudetto muscolare, pragmatico, dove il bello ha spesso lasciato il posto all’utile. Ma anche in questo, c’è del Conte. Ha saputo motivare, spremere fino all’ultima goccia di sudore da ogni suo giocatore: da McTominay, rivelazione e uomo ovunque, a Lukaku tornato centravanti vero, dai gol chirurgici di Raspadori e Politano, alle prestazioni monstre di Anguissa, alle geometrie chirurgiche di Lobotka, anche se spesso a mezzo servizio. E poi c’è stata la difesa rattoppata, con Buongiorno fuori, Neres spesso indisponibile, e Olivera reinventato braccetto di sinistra come se lo avesse fatto da sempre. Politano a tutta fascia? Perché no. Insomma, una squadra-cantiere che però ha saputo costruire un grattacielo.Quando gli è stato chiesto se questo fosse stato il suo capolavoro, Conte ha risposto con l’onestà di chi sa di aver appena firmato un’impresa: «È stato lo scudetto più inaspettato». E da uno come lui, che di ribaltamenti ne ha fatto uno stile di vita, vale più di mille trofei. Gli manca solo l’Europa, è vero. In Champions mai oltre i quarti, in Europa League spesso vicino ma mai sul podio. È lì che si gioca il prossimo livello, il prossimo sogno.Antonio Conte da Lecce, forgiato alla Juventus dove vincere non è un’opzione ma un dogma, è riuscito dove pochi hanno anche solo osato. Ha portato la sua cultura del lavoro, del sacrificio, della fame, in una piazza passionale, talvolta anarchica, ma capace di amare il calcio come poche al mondo. Vincere a Napoli non è solo difficile: è eroico. Perché lì si vince con la città sulle spalle e il Vesuvio che brontola ad ogni pareggio. E Conte lo sa. Perché, come ha detto lui stesso, “Chi vince scrive la storia, gli altri possono solo leggerla.”E ora? Dopo aver cantato con Napoli, dopo aver inciso il suo nome accanto a giganti come Trapattoni (8 scudetti), Allegri (6), Lippi (5), Capello (4 +2 da annali), Conte è a quota cinque.

Mostra i commenti

Caricamento…