EditorialeCONTE: L’IMPERATORE È NUDO (MA SI LAMENTA DEL SARTO)
Antonio ScadutoNel calcio moderno, la lacrima è diventata un asset aziendale. Ma c’è un limite oltre il quale il lamento smette di essere “passione” e diventa un pessimo investimento. Prendete Cristian Chivu: sta per prendersi uno scudetto con la naturalezza di chi passa a ritirare la posta. Senza fanfare, senza martiri, senza filippiche. È un fatto, e i fatti, si sa, sono gli unici ospiti sgraditi alla tavola dei populisti del pallone. Il contrasto con la narrazione di Antonio Conte non è solo tecnico, è antropologico. Siamo di fronte a un paradosso: l’allenatore che fattura come un top manager globale, ma comunica come un esodato. Dopo aver prosciugato il budget del club con la voracità di un imperatore, ci si aspetterebbe una rendicontazione sobria, magari un accenno di autocritica per la serata horror contro la Lazio. E invece no. Invece, assistiamo al solito teatro dell’assurdo, dove chi ha ricevuto tutto pretende anche l’incenso. Dire che “il secondo è il primo dei perdenti” subito dopo una sconfitta non è un aforisma da vincenti: è l’alibi perfetto di chi sta già cercando il colpevole tra i propri collaboratori o nei bilanci altrui. È una comunicazione tossica. Se un CEO, dopo aver bruciato milioni in ricerca e sviluppo per partorire un prodotto mediocre, si presentasse agli azionisti dicendo che “arrivare secondi nel mercato non conta nulla”, verrebbe accompagnato alla porta in dieci minuti. Conte, invece, brandisce una Supercoppa come fosse la coppa dalle grandi orecchie, nel disperato tentativo di dare un peso specifico a una stagione che sta evaporando. C’è un’eleganza brutale nel saper ammettere il fallimento, specie quando è stato pagato a peso d’oro. Ma per farlo servirebbe meno ego e più senso della realtà. In fondo, un bel tacer non fu mai scritto… soprattutto quando le tue parole costano al club centomila euro a sillaba.
Foto: Instagram personale
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