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EditorialeGRAVINA, ALTRA OCCASIONE PERSA PER TACERE

mercoledì 17 giugno 2026 alle ore 03:12di Antonio Scaduto4 min di lettura

GRAVINA, ALTRA OCCASIONE PERSA PER TACEREAntonio Scaduto
© foto di Antonio ScadutoCondividiTweet
AAutoreAntonio Scadutomercoledì 17 giugno 2026 alle ore 03:12 · EditorialeAltre notizie

Ci sono momenti in cui il silenzio non sarebbe soltanto d’oro, ma un elementare atto di rispetto istituzionale. Evidentemente Gabriele Gravina la pensa diversamente. A margine di un recente evento pubblico, l’ormai ex presidente della FIGC (grazie a Dio ex) ha pensato bene di regalare l’ennesima perla di una gestione che definire fallimentare comincia a suonare come un complimento generoso. La tesi del giorno? Semplice, quasi banale nella sua agghiacciante superficialità: se l’Italia guarderà ancora una volta i Mondiali dal divano, la colpa non è di un sistema strutturalmente al collasso, di riforme mai nate o di vivai ridotti a deserti di cemento. No. La colpa è dei gol sbagliati da Kean e Pio Esposito. ​“Kean e Pio Esposito hanno sbagliato gol che potevano essere decisivi, e per questo siamo rimasti fuori. Ma se avessero segnato? Avremmo riaperto tutti gli oratori e risolto, magicamente, ogni problema del calcio italiano.” ​Basterebbe questa frase per far calare il sipario, accendere le luci in sala e chiedere il rimborso del biglietto. Un ex capo del calcio nazionale che, invece di assumersi la responsabilità politica e strategica di un movimento che non produce più talenti, punta il dito contro due attaccanti. Due ragazzi. Come se la mancata qualificazione mondiale fosse un banale incidente di percorso, un dettaglio balistico, una folata di vento contrario. Certo, se quei palloni fossero entrati oggi commenteremmo un’altra storia. Ma il punto che l’ex presidente finge di non capire – o preferisce ignorare per salvarsi la reputazione – è che una grande nazione calcistica non può appendere il proprio destino al millimetro di un rimpallo. Se ti riduci a dipendere dal colpo della domenica di un ventenne per salvare la faccia, significa che il re è nudo. E lo è da un pezzo. Per anni, Gravina si è fatto scudo con la striscia dei 37 risultati utili di Mancini e con il miracolo dell’Europeo vinto nel 2021. Un trionfo straordinario, sia chiaro, che ha avuto però l’effetto collaterale di un potentissimo oppiaceo. Ha nascosto la polvere sotto il tappeto, illudendoci di essere tornati giganti mentre il resto del mondo continuava a correre al doppio della nostra velocità.
​Mentre l’ex presidente si lamenta oggi della “mancanza di oggettività” dei media, i fatti – quelli veri, testardi e incontrovertibili – ci dicono che il calcio italiano è fermo all’età della pietra. Lo dicono gli stadi fatiscenti, l’impossibilità di legiferare per via di veti incrociati (su cui Gravina ammette candidamente la resa: “Io non ci sono riuscito”), e lo dicono i paragoni impietosi con l’estero. Nello stesso flusso di notizie, non a caso, sono rimbombate le parole di Fabio Paratici che sintetizzano perfettamente il dramma: “Il Portogallo ha 10 milioni di abitanti e ci asfalta”. Ma per Gravina no. Nella sua narrazione il problema è che Kean non ha inquadrato la porta. Fa quasi tenerezza, se non facesse profondamente rabbia, il passaggio in cui l’ex numero uno di via Allegri augura a Giovanni Malagò di combattere contro quella “intesa tra le componenti” che blocca ogni tentativo di rinnovamento. Un sistema in cui il 3% dei voti può mettere il veto sulle riforme è sicuramente antidemocratico e irragionevole, ed è sacrosanto denunciarlo. Ma farlo ora, da “ex”, ha il retrogusto sgradevole delle lacrime di coccodrillo.
​Cosa è stato fatto concretamente negli anni del suo mandato per scardinare davvero questo status quo, oltre a collezionare eliminazioni umilianti e figuracce politiche? La verità che emerge da queste ultime dichiarazioni è lo specchio fedele di una classe dirigente calcistica incapace di fare autocritica. Si vince tutti insieme (e ci si prende il merito sui palchi, con il sorriso d’ordinanza), ma si perde sempre per colpa degli altri. Caro Gravina, raccontare il problema in modo errato significa non trovare mai la soluzione: su questo le diamo perfettamente ragione. Peccato che l’errore di narrazione, macroscopico e imperdonabile, lo stia facendo proprio lei da anni. Il calcio italiano non è fuori dall’élite mondiale perché due attaccanti hanno polverizzato un’occasione da gol a pochi metri dalla porta. Il calcio italiano è fuori dal giro che conta perché per anni è stato amministrato con la politica del giorno per giorno, con il bilancino del potere politico, senza una visione a lungo termine, senza il coraggio di investire sui giovani azzurri e senza la forza politica di imporre riforme strutturali ai club. Dire che la colpa del naufragio azzurro è dei gol falliti da Kean ed Esposito non è solo ingeneroso nei confronti di due ragazzi che rappresentano il futuro (e che andrebbero tutelati, non gettati in pasto alla critica): è politicamente indecente. È il punto più basso di una gestione che si chiude nel peggiore dei modi. Voltiamo pagina, per favore. Il calcio italiano ha un disperato bisogno di riforme, di stadi, di idee e di competenza. Ma, soprattutto, ha bisogno di leader che abbiano il buon gusto di assumersi le proprie responsabilità, senza nascondersi dietro i piedi dei propri ragazzi. Come spesso fa, anche stavolta ha perso l’occasione di TACERE.

Foto: sito figc

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