EditorialeI DISASTRI DI MOTTA (UN ANNO DOPO)
Antonio ScadutoUn anno fa, Thiago Motta varcava i cancelli di Vinovo con l’aura del predestinato, il tecnico illuminato pronto a riscrivere la storia della Juventus. Io stesso, lo ammetto senza vergogna, mi ero lasciato sedurre dal suo carisma, dal suo curriculum di successi con squadre “minori” come Spezia e Bologna, dove aveva trasformato organici modesti in macchine da calcio convincenti. Credevo, come molti, che fosse l’uomo giusto per aprire un ciclo glorioso, per riportare la Juve in alto (almeno in Italia). Mi sbagliavo. E di grosso. Oggi, a distanza di un anno, il passaggio di Motta a Torino non è stato un ciclo, ma un disastro epocale, un naufragio che ha lasciato dietro di sé solo macerie, delusioni e un club in ginocchio, costretto a raccogliere i cocci di una stagione da incubo.Non giriamoci intorno: Thiago Motta ha fallito su tutta la linea, con una presunzione che rasenta l’arroganza e una gestione che definire caotica è un eufemismo. Ha avuto in mano una delle panchine più prestigiose al mondo, una squadra costruita con investimenti pesanti, e cosa ha fatto? Ha distrutto tutto, pezzo dopo pezzo, con una superficialità che lascia basiti. Ha puntato il dito contro tutti – giocatori, dirigenza, persino i magazzinieri, verrebbe da pensare – ma mai, nemmeno per un istante, ha avuto il coraggio di guardarsi allo specchio e dire: “Ho sbagliato”. Mai un mea culpa, mai un’assunzione di responsabilità. Solo alibi, scuse, e una sfilza di decisioni sbagliate che hanno mandato la Juventus dritta contro un iceberg.Parliamo di mercato, perché è qui che il disastro di Motta assume contorni quasi grotteschi. Douglas Luiz? Un flop clamoroso, un investimento da capogiro per un giocatore che sembra spaesato, fuori contesto, lontano anni luce dal livello richiesto. Nico Gonzalez? Un altro buco nell’acqua, un’operazione avallata con superficialità da un allenatore che avrebbe dovuto alzare la mano e dire: “No, questo non fa per noi”. E invece no, Motta ha firmato tutto, ha detto sì a tutto, come un passacarte senza visione, senza personalità, senza quel carisma che dovrebbe distinguere un vero leader. Se appoggi scelte sbagliate, caro Thiago, poi non puoi nasconderti dietro un dito. Sei colpevole, punto.E poi c’è la gestione della rosa, un vero e proprio manuale di come distruggere una squadra. Dal primo giorno di ritiro, Motta ha seminato zizzania, creando un clima di insicurezza e sfiducia. Szczesny? “Non serve”. Rugani? “Via”. Huijsen? “Non è da Juve”. Chiesa? “Meglio che parta”. Danilo? “Non può restare”. Cambiaso? “Se arriva un’offerta, si può valutare”. E potremmo andare avanti all’infinito. Ogni giorno una nuova crociata, ogni giorno un nuovo capro espiatorio, come se il problema fosse sempre e solo fuori di lui. Ha smantellato un gruppo, ha alienato i tifosi, ha fatto terra bruciata intorno a sé. E quando le cose sono precipitate, quando la squadra ha iniziato a perdere terreno e identità, lui ha continuato a guardare altrove, incapace di prendersi la colpa.Il punto più basso? Firenze. Una disfatta che è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, il simbolo di una stagione buttata al vento. Se la Juve non avesse chiuso quel rapporto in tempo, probabilmente oggi staremmo parlando di una squadra allo sbando, con Yildiz a chiedere la cessione e i tifosi in rivolta. E pensare che c’era chi parlava di “quarto posto come obiettivo massimo”, come se coccolare Motta fosse un obbligo morale. Coccolare un allenatore che ha fatto peggio di Allegri, e scusate se è poco, perché almeno Allegri, nei suoi momenti bui, non ha mai dato l’impressione di essere completamente fuori controllo.Non metto in discussione che Motta possa, un giorno, diventare un grande allenatore. Ha dimostrato di avere idee, ma le idee senza umiltà sono solo fumo. Thiago, svegliati: il calcio non aspetta, e la Juve meno che mai. Hai avuto un’opportunità d’oro, una squadra costruita per vincere, e l’hai gettata via con una presunzione che ti ha fatto perdere di vista la realtà. La prossima volta, invece di puntare il dito contro il mondo, prova a dire: “Ho sbagliato io”. Perché nessuno nasce scienziato, ma continuare a sbagliare senza imparare è da irresponsabili. E la Juventus, caro Motta, non meritava questo.
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