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EditorialeIL FALLIMENTO NON DETTO DI THIAGO MOTTA

venerdì 18 aprile 2025 alle ore 12:26di Antonio Scaduto4 min di lettura

IL FALLIMENTO NON DETTO DI THIAGO MOTTAAntonio Scaduto
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AAutoreAntonio Scadutovenerdì 18 aprile 2025 alle ore 12:26 · EditorialeAltre notizie

Ci sono momenti in cui tacere è un atto di saggezza, un gesto elegante, persino rivoluzionario nel mondo iper-comunicativo del calcio moderno. E invece no: a pochi giorni dal suo esonero dalla Juventus, Thiago Motta ha deciso di rompere il silenzio con un’intervista al Corriere della Sera. Un’intervista che, più che chiarire, ha lasciato sospesi, dubbi e soprattutto un retrogusto amaro. Una mossa inopportuna nei tempi e goffa nei modi, che solleva una domanda tanto semplice quanto inevitabile: era davvero necessario parlare adesso? Con il sangue ancora caldo, le ferite fresche e una tifoseria intera che cerca di capire cosa sia andato storto? No, non lo era. E sarebbe bastato poco per capirlo. Il contenuto dell’intervista è, francamente, sconcertante. Thiago Motta fa quello che fanno in troppi: prende le distanze. Dal fallimento, dagli errori, dalle responsabilità. Ammette, sì, qualcosa. Ma quel qualcosa è il minimo sindacale, la manciata di briciole che un allenatore accorto concede per salvare la faccia senza mai davvero scoprirsi. Dice di aver approvato il mercato – come a dire “eh, ma io ci ho messo la faccia” – e rilegge a modo suo alcune scelte tecniche, come la gestione di Koopmeiners o il nodo della fascia da capitano. Eppure, qualcosa stona. Perché mentre Motta parla, l’elefante nella stanza resta lì, in mezzo al salotto: e gli errori? I blackout tattici, le prestazioni indegne, i cambi senza senso, l’approccio mentale molle di una squadra svuotata? Possibile che sia sempre colpa d’altri? Chi scrive non ha mai avuto il piacere di scambiare due parole con Thiago Motta. Nessuna telefonata, nessuna chiacchierata post-partita, nessun retroscena condiviso. Ma in questi anni, anche quando era allo Spezia – ignorato da molti, se non osteggiato – l’ho sempre difeso. Non per simpatia personale, ma per convinzione calcistica. Mi piaceva la sua idea di calcio, la sua voglia di cambiare le regole del gioco. E quando è arrivato a Bologna, accolto da scetticismo e diffidenza, ho continuato a sostenerlo. Eppure, oggi, mi sento tradito. Non da un uomo – perché, ripeto, non lo conosco – ma da un’idea. Quella di un allenatore diverso, coraggioso, capace di guardarsi allo specchio e dire: ho sbagliato. Invece no. Thiago Motta ha scelto la via più comoda: quella del distacco, del “non è colpa mia”. E questo, da uno come lui, non me lo aspettavo. Il punto più basso della stagione – e ce ne sono stati parecchi – resta l’imbarazzante disfatta contro la Fiorentina. Ma è stata la sconfitta di Roma, subito dopo, a far suonare la sveglia. Igor Tudor, subentrato a Motta, non ha fatto miracoli. Ma ha fatto il minimo indispensabile: ha rimesso ordine, disciplina, chiarezza. La Juventus, improvvisamente, ha ricominciato a sembrare una squadra. E questo è già un mezzo miracolo. Ecco, è proprio qui che si misura il fallimento di Motta. Non sulla singola sconfitta o sull’eliminazione dall’Europa, ma sulla perdita di controllo. La Juve, sotto la sua guida, ha smesso di essere squadra. Non c’era identità, non c’era spirito, non c’era nemmeno più la rabbia. Una confusione tattica, mentale e perfino comunicativa che ha portato dritto allo schianto. E che oggi, con Tudor al timone, appare ancora più evidente. Criticare l’organico – come ha fatto tra le righe Thiago – è un altro scivolone. Perché sì, la rosa non era perfetta. Ma era pur sempre una rosa che, con un po’ di ordine e lucidità, avrebbe potuto – avrebbe dovuto – battere l’Empoli delle riserve in Coppa Italia. E che non avrebbe dovuto uscire in quel modo indecoroso nei playoff di Champions contro un PSV tutt’altro che irresistibile. Sminuire il valore dei giocatori, insinuare che i problemi siano stati altri, è un modo sottile per spostare l’attenzione. Per scaricare responsabilità. Ma è anche un atto di ingratitudine verso una squadra che, pur con tutti i limiti, ha provato – male – a seguire le sue indicazioni. La verità è che Motta ha perso il controllo del progetto. E invece di chiudere il cerchio con dignità, ha preferito lasciare una porta socchiusa, con parole ambigue e mezze ammissioni. Ma il calcio, specie a certi livelli, non ammette mezze verità. E l’impressione, ascoltando le sue parole, è quella di un’occasione mancata. Di un’occasione non capita. Perché non è un fallimento ammettere di aver fallito. È, anzi, l’unico modo per ripartire davvero. Perché il calcio – come la vita – non è fatto solo di trionfi e dichiarazioni ben confezionate. È fatto anche di errori. E chi sa prenderseli sulle spalle, anche solo per un istante, mostra di essere davvero grande.

Thiago Motta, questa grandezza – almeno stavolta – l’ha lasciata negli spogliatoi.

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