EditorialeIL VAR DELLE MERAVIGLIE (AIA EDITION): DOVE L’ERRORE DIVENTA SISTEMA
Antonio ScadutoL’AIA oggi somiglia sempre di più a una di quelle aziende pubbliche dove nessuno capisce bene chi decida cosa, ma tutti sono certi di avere ragione, soprattutto quando sbagliano. Il VAR, che doveva essere lo strumento chirurgico per rimuovere l’errore evidente, è diventato il bisturi in mano a chi non distingue più un’appendicite da un raffreddore, e il risultato è un calcio operato a cuore aperto ogni domenica, spesso senza anestesia e quasi mai con una diagnosi sensata. Aldo Biscardi sognava la moviola come strumento di verità, oggi scoprirebbe che la verità non solo è relativa, ma cambia a seconda dell’arbitro, del frame scelto e dell’umore del VAR di turno, una specie di oroscopo regolamentare dove tutto è interpretabile e nulla è davvero sbagliato, purché venga spiegato con sufficiente supponenza. De Rossi dice che non è più calcio e viene trattato come un nostalgico, quando in realtà è solo uno dei pochi che ha capito che questo sport è diventato una lezione universitaria infinita, con pause, revisioni, controrevisioni e un pubblico che aspetta il verdetto come se fosse un concorso pubblico: lento, opaco e inevitabilmente frustrante. L’AIA nel frattempo si comporta come un club esclusivo convinto di detenere una conoscenza superiore, un sapere iniziatico che ai comuni mortali non può essere spiegato, salvo poi produrre decisioni che nemmeno loro riescono a difendere senza arrampicarsi su specchi sempre più lucidi. Rocchi incarna perfettamente questo sistema: non un tiranno, ma qualcosa di più subdolo, un amministratore dell’esistente, uno che non guida ma galleggia, che non impone una linea ma la giustifica a posteriori, con la serenità di chi sa che comunque vada nessuno pagherà davvero. Era un arbitro normale, è diventato un designatore che sembra uscito da un manuale di gestione del consenso: errori evidenti trasformati in casi di studio, decisioni folli elevate a interpretazioni, e una difesa corporativa così ostinata da far sembrare la realtà un’opinione. Il VAR non doveva entrare su tutto, doveva entrare su pochissimo, ma l’AIA ha fatto l’unica cosa che sa fare bene: allargare il perimetro del proprio potere, infilando il naso in ogni contatto, in ogni mezzo fallo, in ogni respiro troppo vicino all’avversario, fino a ridurre il calcio a un puzzle regolamentare dove la giocata è un dettaglio e il protocollo è la vera star. Si perde più tempo a decidere se un’unghia è in fuorigioco che a creare un’azione degna di quel nome, ma guai a dirlo: il sistema è infallibile, sono gli altri che non capiscono. L’arbitraggio italiano vive oggi il suo paradosso massimo: più tecnologia, meno credibilità; più immagini, meno chiarezza; più spiegazioni, meno senso. E mentre ci raccontano che tutto è sotto controllo, emergono sempre gli stessi problemi, gli stessi nomi, le stesse promozioni che sembrano obbedire a logiche misteriose, dove il merito è una variabile opzionale e l’appartenenza un requisito non dichiarato. Ci dicevano che peggio di così non si poteva fare, poi ci siamo resi conto che Collina, Rosetti e Rizzoli erano dirigenti veri, con personalità e autorevolezza, e che oggi li rimpiangiamo come si rimpiange un’epoca in cui almeno qualcuno si assumeva la responsabilità di dire “ho sbagliato”. L’AIA invece no: l’AIA non sbaglia mai, al massimo “applica il protocollo”, che è il modo più elegante per non chiedere scusa a nessuno. E così il nostro calcio (ormai una barzelletta) resta ostaggio di un sistema che ha scambiato l’arroganza per competenza, l’autoreferenzialità per autorevolezza e la tecnologia per alibi, dimostrando ancora una volta che il problema non è il mezzo, ma l’uomo che lo usa e soprattutto il sistema che lo protegge.
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