EditorialeJUVE, ANCHE KLOOP DIVENTEREBBE SCARSO
Antonio ScadutoSe oggi, 6 maggio 2025, Jürgen Klopp firmasse per la Juventus, tempo un mese e finirebbe a leggere “Calcio per Principianti” con le ginocchia strette al petto. Perché questa Juve, in questo stato, trasforma tutto in mediocrità: gioco, entusiasmo, investimenti, e perfino gli allenatori. Non è un caso, è un sistema. E sì, anche Klopp qui sembrerebbe uno qualunque. Altro che Gegenpressing: a Torino si va di “controvoglia pressing”. E allora, per chi avesse ancora dubbi, proviamo a guardarla in faccia questa Juventus. Non quella gloriosa, di Buffon e Tevez, di Barzagli e Mandzukic. No, questa. Quella che da cinque anni non vince uno scudetto. Ultimo: Maurizio Sarri, il cui titolo pareva quasi un errore da nascondere. Oggi, invece, lo si rimpiange come si rimpiange una domenica di sole dopo settimane di pioggia. Cinque anni di nulla, cinque anni di “virgole”, come direbbe qualcuno. E le colpe, va detto subito, sono ben distribuite: dirigenza, allenatori, giocatori, tutti hanno dato il proprio contributo alla lenta agonia. Ma se si cerca un punto di non ritorno, uno spartiacque recente, eccolo qui: Cristiano Giuntoli. L’uomo chiamato per rifondare, per ricostruire, per riscrivere. E invece… per riscrivere ha riscritto, ma con l’inchiostro simpatico. Ha cacciato Allegri, scelta anche condivisibile vista l’inerzia, ma lo ha fatto per iniziare un “nuovo ciclo”. Un ciclo che però ha girato come una lavatrice con l’oblò aperto. Ha affidato la panchina a Thiago Motta, lo ha blindato con un triennale — perché la fiducia a Torino si misura in milioni, non in coerenza — e adesso si ritrova con un progetto in mano e un altro sulla busta paga. Scelta lungimirante? No, scelta surreale. Motta, sia chiaro, ci ha messo del suo: confusione, testardaggine, esperimenti che sembravano sorteggi. Ma lasciarlo così solo, in balìa di una rosa inadeguata, è stato crudele. E torniamo proprio lì, alla rosa: costruita male, con poca qualità, con troppe scommesse perse in partenza. Un attacco che non segna, un centrocampo che non crea, una difesa che balla, e zero leader. Vlahovic, oggi, non sa stoppare un pallone. Conceicao è l’ombra di sé stesso. E i cambi sono da mal di testa, più che da panchina. E poi c’è il mercato. A gennaio, Giuntoli ha speso 40 milioni per Kelly e Alberto Costa. L’anno prima era toccato a Djaló e Alcaraz. Operazioni slegate, confuse, e con un tempismo sempre sbagliato. Quando serviva qualità, è arrivata quantità. Quando serviva carattere, è arrivata inesperienza. Il tutto condito da un silenzio stampa societario che è diventato un marchio di fabbrica. Non una parola, non una spiegazione, non una presa di posizione chiara. E dire che qualcuno, un tempo, ricordava le parole di Sacchi: “La società viene prima dell’allenatore”. A Torino, invece, viene dopo. Dopo le figurine, dopo i conti, dopo le interviste patinate. Giuntoli si è fatto vivo solo dopo il pareggio contro l’Empoli, quando ormai la barca era mezza affondata. Troppo poco. E troppo tardi. La verità è che questa Juventus non è più una squadra, è un cantiere senza progetto. E con ogni mese che passa, anche i mattoni sembrano voler scappare. E allora forse è il momento che qualcuno, in quella società, ci metta finalmente la faccia. Non per scaricare colpe, ma per prendersi responsabilità. Per dire: “Sì, abbiamo sbagliato”. Perché continuare così, tra proclami e mediocrità, non è solo controproducente. È dannoso. E ormai lo sanno tutti: persino Klopp.
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