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EditorialeLEAO FA PARLARE (ANCHE TROPPO)

giovedì 16 ottobre 2025 alle ore 19:42di Antonio Scaduto4 min di lettura

LEAO FA PARLARE (ANCHE TROPPO)Antonio Scaduto
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AAutoreAntonio Scadutogiovedì 16 ottobre 2025 alle ore 19:42 · EditorialeAltre notizie

Giudicare a inizio ottobre una stagione appena scartata, con un nuovo management installatosi pochi mesi fa? Beh, è un po’ come recensire un film dopo i primi tre minuti: tecnicamente si può, ma è un esercizio sterile. E francamente, anche poco serio. Detto questo, qualcosa va detto. Perché il nuovo corso inaugurato da Damien Comolli — il CEO in pectore della Juventus — ha già messo mano alla cassetta degli attrezzi. E ha cominciato smontando pezzi pesanti. Alcuni dei quali, per intenderci, reggevano la struttura tecnica della Juventus degli ultimi anni: quella che vinceva, o almeno ci provava seriamente. La Juventus, oggi, non ha più un’area scouting per la prima squadra. Sì, avete letto bene. Quella macchina silenziosa ma lucidissima che aveva permesso ai bianconeri di portare a Torino giocatori prima che lo facesse chiunque altro, è stata messa in soffitta. Niente caposcout, niente osservatori con taccuino in mano nei campetti d’Europa o nelle giungle di talenti sudamericane. Fine dei giochi. Eppure, parliamo dello scouting che aveva pescato fuoriclasse (o presunti tali) quando ancora costavano meno di un utilitaria usata: Yildiz, oggi totemico per la Juve del futuro; Huijsen, che ora gioca titolare nel Real Madrid come se fosse la cosa più naturale del mondo; Barrenechea, in Champions con il Benfica; Soulé, il giocatore più elettrico della Roma; De Winter, acquistato dal Milan; Dragusin al Tottenham; e Mujaremovic, MVP seriale al Sassuolo, già nel mirino dell’Inter. Cambiaso? Altro colpo di scouting d’autore. Acquistato in tempi non sospetti, oggi chiacchierato da Guardiola in persona. Tutti nomi emersi grazie a un meccanismo ben oliato, in cui il filo conduttore tra Under 20, seconda squadra e prima squadra era chiaro, diretto, produttivo. Ora? Scomparso.

La svolta di Comolli ha due facce: da un lato l’adozione del modello Moneyball, dall’altro la delega quasi totale a consulenti esterni. Non semplici freelance del pallone, ma vere e proprie agenzie di scouting, già attive con club, procuratori e intermediari. Un nome? Riccardo Pecini. Ex dirigente di Monaco, Empoli, Sampdoria e Spezia. Un uomo che ha fatto dello scouting una religione personale, al punto da fondare la sua agenzia: Scouting Department Srl. Il Torino, per dire, si era affidato a lui fino allo scorso giugno. Ora, tra i clienti, c’è anche la Juventus. Comolli e Pecini non sono solo due nomi nella stessa rubrica. Sono amici, alleati, complici calcistici. In comune, oltre a una visione del calcio “data-driven”, c’è un passato condiviso (Tottenham) e affari andati a buon fine, come il trasferimento di Janis Antiste dal Tolosa allo Spezia. Una collaborazione che si è intensificata durante l’estate, e che coinvolge anche altri club di Serie A: il Genoa, ad esempio. E proprio da lì potrebbe arrivare il nuovo DS della Juve, Marco Ottolini. Uno che in bianconero c’era già stato (dal 2018), prima di passare proprio ai rossoblù. Il Genoa? Anch’esso immerso nel modello algoritmico, con scouting ridotto e consulenti silenziosi che operano nell’ombra. Una specie di laboratorio Moneyball ligure.

Se la Juventus smonta pezzo per pezzo la propria macchina da guerra, il Milan invece sembra averla appena rimessa a lucido. Dopo anni di smarrimenti collettivi (dirigenziali e tecnici), quest’anno — siamo onesti — il Diavolo non ne ha sbagliata quasi una. Quasi. L’unica vera debolezza? Leao. E allora giù chiacchiere, allarmi e sospetti. I nemici del Milan, non potendo attaccare la solidità della squadra, si attaccano al tallone d’Achille. Che ha anche i capelli biondi e il numero 10 sulle spalle. Ma attenzione: non parlare del caso Leao per rispetto o per paura significa fare un torto proprio a Rafa, e al suo potenziale. Nessuno chiede di emettere sentenze. Ma nemmeno si può continuare con l’atteggiamento da struzzo in spiaggia. La discussione è legittima. E lo è nel rispetto del Milan stesso. In questo senso, le parole di Adrien Rabiot sono state esemplari. Pochi giri di parole, nessuna sparata, ma un messaggio forte: La stagione del Milan passa anche da Leao. Il punto è proprio quell’”anche”. Che tradotto vuol dire: è fondamentale, certo. Ma non imprescindibile. Il Milan è prima di tutto squadra. Nessuno è intoccabile. Non lo era Ronaldinho ai tempi di Allegri, figurarsi oggi. Non esiste il Milan di Leao, o di Theo, o di Maignan. Esiste il Milan, punto. Il Milan che Leao dice di amare e che è chiamato a dimostrare di meritare. Subito, già da Fiorentina, Pisa e soprattutto Atalanta. Bergamo sarà il primo vero banco di prova per restituire quei due punti lasciati a Torino, anche (e non solo) per colpa sua. Il tempo delle sentenze? Non ancora. Ma quello delle prove, sì. Intanto, chi teme questo Milan completo — con anche Leao dentro — segue alla lettera il principio andreottiano: parlarne male per non doversene occupare quando sarà troppo tardi.

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