EditorialeLETTERA AL PRESIDENTE GABRIELE GRAVINA
Antonio ScadutoMentre a Zenica i rigori sancivano l’ennesimo funerale azzurro, il vero fallimento non era sul dischetto, ma nelle stanze climatizzate di Via Allegri. Dodici anni. Un’intera generazione di bambini italiani crescerà senza aver mai visto la maglia azzurra nel torneo più importante del mondo. Un dodicennio di oblio che porta la firma indelebile di una governance parassitaria, miope e spaventosamente mediocre.
Presidente Gravina, guardi le macerie che ha accumulato sotto i Suoi piedi. Lei è il Re di un regno di polvere. Ha ereditato un castello e lo ha trasformato in un tugurio burocratico, dove il merito è stato barattato con il clientelismo e la programmazione tecnica con la sopravvivenza politica. Lei non è il leader del calcio italiano; ne è il becchino. E la cosa più agghiacciante non è il Suo fallimento – che è oggettivo, misurabile e imbarazzante – ma la Sua incapacità patologica di provare vergogna. Sotto la Sua gestione, la FIGC è diventata un ufficio complicazione affari semplici. Ha riempito le poltrone di cortigiani dediti alla conservazione del Suo potere personale, mentre i nostri vivai morivano soffocati. Lei ha guardato altrove mentre il talento italiano veniva schiacciato da interessi di bottega, da campionati giovanili infarciti di stranieri di terza fascia e da una mancanza totale di visione. Ha spacciato la vittoria dell’Europeo 2021 – un miracolo figlio del caso, dei nervi e del cuore di un gruppo che remava nonostante Lei – come la prova della bontà del Suo “sistema”. Quella notte di Londra è stata la Sua fortuna e la nostra rovina, perché Le ha permesso di trincerarsi dietro un trofeo per nascondere il vuoto pneumatico che stava creando attorno a sé. Da allora, il nulla. Una sequela ininterrotta di umiliazioni: la Macedonia del Nord, l’eliminazione precoce in Germania e ora il crollo definitivo contro la Bosnia. Una nazione che un tempo dettava legge oggi viene eliminata da una squadra che, con tutto il rispetto, è la periferia del calcio mondiale. Con quale residuo di dignità pensa di presentarsi ancora davanti alle telecamere a parlare di “analisi”? Quali dati deve ancora incrociare? Quali algoritmi Le servono per capire che la Sua gestione ha prodotto il periodo più buio, misero e patetico della storia della Nazionale? Lei ha trasformato l’Italia in una comparsa, in una nobile decaduta che vaga per i campi d’Europa chiedendo l’elemosina di un risultato utile.
Lei ha umiliato la storia. Ha umiliato i campioni che quella maglia l’hanno resa leggenda. Ha umiliato i tifosi che pagano biglietti e abbonamenti per assistere allo scempio di una squadra senza anima e senza guida. Ma soprattutto, ha umiliato il futuro. Ogni minuto che Lei passa ancora su quella poltrona è un minuto sottratto alla ricostruzione. Lei non è la soluzione, Lei è il virus che ha infettato l’organismo. In qualunque Paese civile, in qualunque azienda privata, in qualunque realtà dove esista la responsabilità del comando, un dirigente con il Suo curriculum di fallimenti sarebbe stato rimosso con forza anni fa. Le dimissioni non sono un gesto di cortesia: sono un atto di igiene pubblica. Restare abbarbicato al comando dopo aver fallito tre qualificazioni mondiali di fila è un atto di sciacallaggio istituzionale. È la dimostrazione che a Lei non interessa il bene del calcio italiano, ma solo il mantenimento dei Suoi privilegi, delle Sue relazioni internazionali, del Suo piccolo feudo burocratico.
Se ne vada, Gravina. Porti via con sé i Suoi consiglieri, i Suoi dossier inutili e quella spocchia insopportabile di chi pensa di poter spiegare il disastro mentre lo sta alimentando. Il calcio italiano ha bisogno di un incendio purificatore che rada al suolo tutto ciò che Lei rappresenta. Abbiamo bisogno di competenza, di gente che conosca il campo e non solo le segreterie dei partiti. Il tempo delle scuse è finito. Il tempo delle riflessioni è scaduto. Il verdetto di Zenica è la pietra tombale sulla Sua credibilità. Se ha un briciolo di rispetto per questo sport, per questa nazione e per questa maglia, liberi quella stanza e chieda scusa. Anche se sappiamo già che non lo farà, perché per chiedere scusa serve una statura morale che Lei, in questi anni, ha dimostrato di non possedere nemmeno in minima parte.
Il sipario è calato, Presidente. E tra gli applausi degli avversari e i fischi di un popolo tradito, l’unica cosa che resta da fare è uscire di scena. Definitivamente.
foto: figc
Mostra i commenti
Caricamento…