EditorialeMANCINI CT: CI SIAMO BERCIATI ANCHE LA FACCIA
Antonio ScadutoFinalmente respirano la stessa aria e parlano la stessa lingua. Alla Continassa la sintonia tra Luciano Spalletti e l’area tecnica è un fatto, ed è già un miracolo se si pensa al caos di pochi mesi fa. Facciamo un passo indietro: a gennaio la Juve cercava disperatamente un bomber vero. Era l’unica, sacrosanta richiesta di Lucio per rianimare un attacco sterile e imbarazzante. I fatti? Openda era già un miraggio, Milik il solito fantasma da infermeria, Vlahovic quasi, e David un oggetto misterioso incapace di ambientarsi. Spalletti aveva chiesto soluzioni, non promesse. Risultato? Un pellegrinaggio inutile tra procuratori e intermediari, da En-Nesyri a Icardi, senza stringere nulla. Tanto fumo, zero arrosto. Alla fine sono arrivati Holm e Boga: discreti elementi di contorno, ma l’emergenza è rimasta scoperta. Oggi la musica è cambiata, ma solo dopo scazzi pesanti e scontri frontali tra Spalletti e Comolli, roba da sfiorare la rissa verbale. Adesso c’è condivisione, d’accordo, ma pesa come un macigno il fallimento Alisson. Una gestione dilettantistica: settimane di corteggiamento, intesa totale con il portiere, e poi il blackout. Si sono dimenticati di trattare nei tempi giusti con il Liverpool, restando col cerino in mano. Ora, dopo aver chiuso per Alajbegović e Kolo Muani, si rincorre Vicario — pista in piedi da oltre un mese e mezze — con Suzuki sempre sullo sfondo. Basta promesse, servono fatti. Se abiti sotto lo stesso tetto devi remare dalla stessa parte. È l’unico modo per cancellare anni di figuracce, per evitare di ammainare la bandiera a febbraio e smetterla di spacciare un quarto posto in Champions come un successo. La Juventus è storicamente un club da caviale e salmone. Vederla banchettare da sei anni con un misero panino alla mortadella è diventato inaccettabile.
Due parole su Roberto Mancini, senza filtri. Nulla contro il tecnico, ma il suo ritorno è lo specchio del fallimento totale del nostro sistema. Richiamare di corsa chi ha voltato le spalle all’Italia dall’oggi al domani, attratto dai milioni arabi, è una scelta umiliante. Il Vangelo dice di porgere l’altra guancia, ma quando lo schiaffo è un insulto al Paese, anche no. Se questo è il biglietto da visita del neo-presidente FIGC Giovanni Malagò, partiamo malissimo. Qualsiasi altro commissario tecnico sarebbe stato più dignitoso di un clamoroso e pigro minestrone riscaldato.
Foto: sito FIGC
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