EditorialeMANCINI, IO NON DIMENTICO
Antonio ScadutoEsiste un limite biologico all’audacia, una linea d’ombra oltre la quale l’ottimismo si trasforma in pura, meravigliosa, sfacciata fantascienza. E poi esiste il calcio italiano. Quel luogo mistico dove i film horror non finiscono mai al primo capitolo, ma pretendono un sequel, possibilmente più splatter del primo. Purtroppo ci tocca sentir parlare di “Mancini Bis” sulla panchina della Nazionale. Sì, avete capito bene. Quel Roberto Mancini. Non un omonimo. Lo stesso uomo che nell’agosto del 2023, con la stessa naturalezza con cui si ordina un caffè al bancone, decise di mandare una PEC di dimissioni alla FIGC a ferragosto, lasciando gli azzurri in mutande in mezzo a una qualificazione europea, per volare a firmare un contratto da trenta milioni all’anno con l’Arabia Saudita. Un tempismo da applausi, un’eleganza che a confronto un trasloco fatto di notte con i sacchi neri della spazzatura sembra il protocollo di Buckingham Palace. E oggi, dopo che l’avventura nel deserto si è conclusa con una risoluzione consensuale (e un’altra vagonata di petrodollari in tasca), l’Italia del pallone cosa fa? Ci pensa. Lo corteggia. Perché noi siamo così: nostalgici, masochisti e con una memoria storica che dura meno della batteria di un iPhone. Facciamo un piccolo riassunto delle puntate precedenti, giusto per rinfrescare la memoria a chi, in Federazione, sembra soffrire di Alzheimer selettivo. Mancini ci ha regalato un Europeo straordinario nel 2021, questo è agli atti e nessuno lo cancella. Ma ci ha anche regalato l’eliminazione dai Mondiali contro la Macedonia del Nord (un trauma psicologico da cui la nazione non si è ancora ripresa) e, soprattutto, una gestione del potere interno che definire assolutista è poco. Pochi giorni prima di scappare a Riad, si era fatto nominare coordinatore totale di tutte le Nazionali, dall’Under 20 in su. Praticamente era diventato il Re Sole di Coverciano. Lasciare la Nazionale a metà agosto, con le partite ufficiali alle porte, è l’equivalente calcistico dello sposo che scappa dall’altare lasciando la sposa con il conto del ristorante da pagare, per poi farsi rivedere due anni dopo dicendo: “Dai, scherzavo, rimettiamoci insieme che l’altra mi ha lasciato”. Richiamarlo oggi non sarebbe solo un errore tecnico; sarebbe una capitolazione della dignità istituzionale. Sarebbe ammettere che la maglia azzurra non è un onore supremo, ma un ripiego per cuori solitari (e portafogli già pieni) in attesa di una nuova offerta migliore. Ma perché siamo caduti così in basso da ipotizzare persino questo scenario? La risposta va cercata nella pigrizia culturale dei nostri dirigenti. Il calcio italiano soffre della “sindrome dell’usato sicuro”, anche quando l’usato è stato palesemente incidentato e lasciato sul ciglio dell’autostrada. Invece di programmare, invece di investire sui giovani allenatori, invece di avere il coraggio di avviare una rifondazione vera (e Dio sa quanto ne avremmo bisogno), si preferisce l’effetto nostalgia. Si cerca l’usato garantito, il ritorno al passato, la coperta di Linus del “però con lui abbiamo vinto a Wembley”. Richiamare Mancini dopo il modo in cui ha sbattuto la porta significherebbe lanciare un messaggio devastante a tutto il movimento: potete fare quello che volete, potete calpestare la Federazione, potete usare l’azzurro come un tram di passaggio, tanto noi non abbiamo amor proprio. Se tornate, vi riaccogliamo a braccia aperte. È la totale assenza di orgoglio. È lo straccismo applicato alla panchina più importante d’Italia. A questo punto, visto che la dignità l’abbiamo già svenduta al mercato dell’usato, facciamo le cose fatte bene. Se Mancini Bis deve essere, la FIGC studi un contratto adeguato ai tempi e allo stile del personaggio. Lancio una proposta contrattuale che i nostri avvocati federali dovrebbero valutare seriamente: Stipendio convertito in Real Sauditi, così da non fargli sentire troppo il cambio di valuta e la nostalgia del deserto. Clausola “Ferragosto Sicuro”: il telefono del Mister viene sequestrato dall’8 al 22 agosto per impedire l’invio di PEC compulsive. Diritto di recesso unilaterale: se una qualsiasi squadra del Golfo Persico offre più di cinquanta euro in più rispetto all’ingaggio italiano, Mancini è libero di scappare a metà partita, anche durante l’intervallo di un quarto di finale. Sarebbe un contratto onesto, trasparente, perfettamente in linea con i tempi moderni. Scherzi a parte, un eventuale ritorno di Mancini sarebbe lo specchio perfetto di un Paese calcistico che ha smesso di produrre idee e ha iniziato a riciclare i suoi stessi errori, sperando in un esito diverso.
foto instagram azzurri
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