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EditorialeMANCINI, SPALLETTI E GATTUSO: FIGLI E FIGLIASTRI

domenica 14 settembre 2025 alle ore 18:17di Antonio Scaduto3 min di lettura

MANCINI, SPALLETTI E GATTUSO: FIGLI E FIGLIASTRIAntonio Scaduto
© foto di Antonio ScadutoCondividiTweet
AAutoreAntonio Scadutodomenica 14 settembre 2025 alle ore 18:17 · EditorialeAltre notizie

È straordinario – ma non nel senso buono – come in questo Paese si riesca a trasformare il ruolo di commissario tecnico in una farsa familiare, un pranzo di Natale dove ci sono i figli prediletti e i cugini scomodi che nessuno voleva invitare. Se sei il ct “di casa”, quello con il pedigree giusto, magari toscano DOC o con le conoscenze giuste nei salotti calcistici, puoi pure mollare tutto all’improvviso o affondare il progetto nazionale come il Titanic: ti verrà sempre riservata una carezza, un buffetto, una pacca sulla spalla. Critiche? Ma va’. Si preferisce parlare dei “problemi strutturali del movimento”. Mancini, ad esempio, ha lasciato l’Italia in ciabatte, con un contratto firmato e un Europeo da difendere. È fuggito nella notte verso le petrodollari, lasciando una Nazionale in panne e un senso di appartenenza fatto a brandelli. Ma va bene così: in fondo era il “Mancio”, quello dell’Europeo 2021, e quindi avanti con il silenzio stampa delle coscienze. Spalletti, invece, è riuscito in un’impresa titanica: confezionare una delle più sciagurate avventure europee della storia recente, infilando scelte incomprensibili, una gestione psicologica da dilettanti e un’uscita di scena da film tragicomico. Ma anche lì, il coro dell’assoluzione non si è fatto attendere. Anzi: la colpa era dei giovani che non ci sono, dei vivai, del sistema. Di tutto tranne che sua. E vuoi mettere? È toscano. E in Italia, se sei toscano (e “uno di noi”), c’è sempre una scappatoia narrativa pronta all’uso. Poi arriva Gattuso. E improvvisamente, il pubblico degli intellettuali del pallone – quelli che con l’aria da salotto buono si indignano solo quando conviene – si trasforma in un tribunale di inquisizione. “Partita da manicomio”, “nulla da salvare”, “disastro tecnico-tattico”. Il tutto con un fervore e una veemenza che, chissà come mai, erano del tutto assenti quando le disfatte portavano firme più quotate. Come se Ringhio dovesse, con bacchetta magica e in tre giorni, rianimare un cadavere calcistico che puzza da anni. Come se potesse iniettare DNA vincente in un gruppo svuotato, costruito da altri, frutto di un’eredità tossica lasciata da ct celebrati ma impuniti. Chi racconta le sue partite dimentica – o finge di dimenticare – che Gattuso ha preso il timone di una nave in fiamme, abbandonata dall’equipaggio e con la sala da ballo già allagata. E la cosa grottesca è che se domani Gattuso riuscisse nell’impresa – quasi epica – di portarci al Mondiale, ci sarebbe sicuramente qualcuno pronto a dire che è merito “anche” di Spalletti. O di Mancini. O di qualcun altro, basta che non sia merito suo. Non sia mai che il “gregario di lusso” mostri di essere più ct dei ct col pedigree. Israele-Italia, sì, è stata una partita orrenda, al limite del ridicolo. Ma chi ha tagliato e cucito quella prestazione come fosse la verità assoluta, spesso lo ha fatto con una malizia che puzza di agenda personale più che di onestà intellettuale. Gattuso, fino a prova contraria, ha fatto il minimo sindacale: vincere. Ma questo, a quanto pare, non basta se non hai il nome giusto nel biglietto da visita. O forse non basta perché in fondo, in Italia, se non sei figlio di qualcuno, resti sempre e solo un figlio di nessuno.

L’editoriale di Antonio Scaduto

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