Edizione di martedì 27 ottobre 2026Aggiornato alle 00:15

martedì 27 ottobre 2026 ore 06:06

Il calcio a 360 gradi

juventusmilaninternapoliromalazioatalantafiorentinatorinobolognagenoacagliariudineselecceveronacomoparmasassuolopisacremonesesampdoriapalermoveneziamonzaempoli
LIVE
Editoriale

EditorialeMILAN, CHE FIGURACCIA! (L’ENNESIMA)

martedì 3 febbraio 2026 alle ore 00:50di Antonio Scaduto2 min di lettura

MILAN, CHE FIGURACCIA! (L’ENNESIMA)Antonio Scaduto
© foto di Antonio ScadutoCondividiTweet
AAutoreAntonio Scadutomartedì 3 febbraio 2026 alle ore 00:50 · EditorialeAltre notizie

Il Milan ha chiuso il mercato invernale offrendo una lezione preziosa: non è mai troppo tardi per scoprire l’ovvio. Nel caso specifico, che un attaccante professionista possa avere un ginocchio con una storia clinica. Una scoperta arrivata con tempi perfetti, degni di un’orchestra che entra in scena quando il pubblico sta già uscendo dal teatro. Jean-Philippe Mateta è stato inseguito come si inseguono le soluzioni semplici ai problemi complessi: con urgenza, con retorica, con quella fretta che non nasce dal bisogno ma dall’aver rimandato troppo a lungo. Il Milan non ha cercato Mateta per convinzione tecnica. Lo ha cercato per sollievo psicologico. Serviva qualcuno, chiunque, purché desse l’impressione che la situazione fosse sotto controllo. Spoiler: non lo era. Il dettaglio irresistibile – quello che rende tutta la vicenda non tragica ma elegantemente grottesca – è la tempistica della rivelazione. Il Milan scopre all’ultimo giorno che il ginocchio del giocatore non convince. Non “non convince abbastanza”, ma non convince proprio. È una distinzione fondamentale: nel primo caso sei prudente, nel secondo sei arrivato tardi. Mateta non è cambiato nelle ultime 48 ore. Il suo ginocchio non ha vissuto una metamorfosi improvvisa, non ha deciso di tradire il Milan per ripicca. Era lo stesso ginocchio di sei mesi fa, di un anno fa, di tre anni fa. L’unica cosa che è cambiata è lo sguardo del Milan, che finalmente si è degnato di guardare. Un club che ama definirsi moderno, strutturato, analitico, scopre un problema strutturale quando non c’è più tempo per strutturare nulla. È come vantarsi di usare il GPS e poi chiedere indicazioni quando si è già sbagliato uscita. La verità è che Mateta non era un piano. Era un sintomo. Il sintomo di un attacco costruito sulla fiducia invece che sulla tenuta fisica. Leao è un talento straordinario gestito come un rischio calcolato che però non smette mai di essere rischio. Pulisic è diventato una variabile settimanale, non una certezza. Fullkrug è la dimostrazione vivente che l’esperienza non rende il corpo meno vulnerabile, soprattutto se lo si ignora.
E allora il Milan corre. Corre tardi, corre male, corre senza scarpe. Cerca un attaccante “subito”, parola che nel linguaggio dirigenziale significa: avremmo dovuto pensarci prima. Ma pensare prima non produce titoli rassicuranti, non dà l’illusione del controllo. Pensare prima è noioso. Molto meglio agire all’ultimo, quando ogni decisione può essere venduta come emergenza. Il capolavoro è il finale. Dopo aver trattato, discusso, fatto filtrare sicurezza, il Milan si ritira con l’aria di chi ha fatto la scelta giusta. “Meglio così”, “operazione rischiosa”, “tutela del club”. Tutto vero. Peccato che la tutela arrivi dopo l’esposizione. Come indossare il casco quando la caduta è già avvenuta. Nel frattempo il danno è completo: niente attaccante, niente alternativa, niente credibilità. Il Milan resta con gli stessi problemi di prima, solo più visibili. E soprattutto resta con una domanda che nessuna conferenza stampa potrà cancellare: se lo sapevate ora, perché non lo sapevate prima?

Foto: Instagram personale

Mostra i commenti

Caricamento…