EditorialeMILAN, CHI DECIDE?
Antonio ScadutoIl calciomercato si è congedato con le consuete 48 ore finali al cardiopalma, quelle in cui tutto sembra possibile, anche l’impossibile. In mezzo a trattative sfumate, voli di ritorno a mani vuote e dossier impolverati riaperti all’ultimo secondo, emergono tre fotografie, nitide e impietose. Una per ciascuna delle tre grandi sotto esame: Juventus, Milan, Roma. La Juve chiude il mercato con giudizio e senza clamori, e per una volta è un merito. Voto 6,5 convinto. Il colpo Openda porta gol e profondità, Zhegrova imprevedibilità e creatività. Due innesti che danno senso a un reparto offensivo già ricco, ma ora molto più vario e dinamico. Già c’erano Conceição, David, Yildiz. Ora l’attacco è più completo, e forse anche più europeo. Avevo promesso che avrei giudicato Comolli in base alla gestione Vlahovic. Se fosse rimasto, sarebbe stato un bagno di sangue finanziario e una scelta difficilmente giustificabile. Non è andata così. Certo, l’ideale sarebbe stato cederlo a condizioni vantaggiose, o rinnovarlo. Ma non è colpa sua se l’ingaggio è diventato insostenibile: l’artefice di quel contratto si chiama Paratici, che nel frattempo ha cambiato continente. Comolli ha ereditato il problema, non l’ha creato. Qualcuno mi chiede: “Ma la Juve è da scudetto?”. Per me non ancora. Nonostante un mercato intelligente e una base solida, ancora la vedo indietro, ma sicuramente può lottare e ripartire dalle certezze. Bremer, l’esempio più lampante che nella scorsa stagione è mancato come l’ossigeno in quota, è da considerarsi un acquisto vero. E se solo ci fosse un regista vero (Tonali, per dire), il salto sarebbe ancora più netto. Locatelli ha fatto il suo, ma servirebbe altro. Manca un terzino? Sì, forse. Ma stiamo cercando la pagliuzza nel fieno. La Juve ha fatto un’altra cosa giusta: ha venduto alle sue condizioni. Nessuna apertura, nessun compromesso. Vedi il caso Weah e la telenovela con il Marsiglia. Il prezzo è quello: piaccia o no. E poi Tudor. Una figura più elastica rispetto al dogmatismo (vero o presunto) di Thiago Motta. Una scelta che serve a smorzare le tensioni, a unire il gruppo, a non rendere complicato ciò che dovrebbe essere semplice. Se la Juve non si complica da sola, può davvero divertirsi. E forse tornare a fare quello che le è sempre riuscito meglio: vincere.
Il Milan, invece, lascia l’impressione di un progetto che si sabota da solo. Ancora una volta ha rimandato – per l’ennesima volta – l’acquisto di un centravanti degno di quella maglia. Da anni si aspetta “il momento giusto”. Peccato che nel frattempo lo scudetto lo vincono gli altri. Non si chiedeva un colpo infallibile, ma almeno un tentativo serio. Invece il Milan si è mosso tardi, troppo, su Vlahovic, mentre la Juve aspettava una proposta decente. Ha preferito fare il giro d’Europa alla ricerca di soluzioni alternative, spesso improbabili: profili acerbi, con incognite fisiche o psicologiche, alcuni fuori categoria… in negativo. Il Milan ha fascino, storia, appeal. Ma anche un problema enorme: il peso degli intermediari. La figura di Busardò è diventata più centrale di quella del direttore sportivo. E quando l’agente ha più potere del DS, la confusione è garantita. Funziona così: gli dai un dito, si prende il braccio, poi l’omero e infine il budget. Una volta il calcio era semplice. Il DS parlava con l’allenatore, decidevano insieme, andavano dal presidente. Oggi bisogna passare prima dall’agente, poi dall’advisor, poi dal consulente del consulente. Ma chi decide davvero? Bho…
La Roma ha fatto peggio di tutti. E non è una frase fatta. La priorità era chiara: Sancho. Ma non ha mai aperto e – tanto per non farsi mancare niente – l’agente del giocatore ha pensato bene di usare la trattativa per cercare di piazzarne un altro: George. Risultato? Un gioco delle tre carte in cui a perderci è stata solo la Roma. E Gasperini, che Sancho lo voleva davvero. Massara ha oggettivamete operato male. È arrivato tardi su alcuni obiettivi (Rios), si è fatto bruciare su altri (Fabio Silva) e soprattutto non ha chiuso nemmeno una cessione. Neanche per sbaglio. Il che, nel calcio moderno, equivale a fallire metà del mestiere. Che Massara abbia competenza e occhio per il talento non si discute. Ma fare il DS non è scouting. È gestione, presenza, rapidità, sangue freddo. Ai tempi del Milan, c’era Maldini a metterci la faccia. Ricordate quella trasferta-lampo a Ibiza per convincere Theo Hernandez? Ecco, altro livello. Qui invece in tre mesi si è imbarcata acqua da tutte le parti. In cambio, un giorno e mezzo a Londra a fine agosto per provare a rimediare. Risultato: nulla. A volte fare il DS è come giocare a poker. Serve intuizione, ma anche la capacità di spingere al momento giusto. In questo caso, Massara ha passato la mano ogni volta. E il conto, prima o poi, arriva. Salato.
L’editoriale di Antonio Scaduto.
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