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EditorialePER DE SIERVO È TUTTO OK (SIAMO NOI CHE NON CAPIAMO)

venerdì 15 maggio 2026 alle ore 01:50di Antonio Scaduto5 min di lettura

PER DE SIERVO È TUTTO OK (SIAMO NOI CHE NON CAPIAMO)Antonio Scaduto
© foto di Antonio ScadutoCondividiTweet
AAutoreAntonio Scadutovenerdì 15 maggio 2026 alle ore 01:50 · EditorialeAltre notizie

Esiste un limite oltre il quale l’ottimismo smette di essere una virtù manageriale e diventa una patologia clinica, o peggio, un insulto deliberato all’intelligenza collettiva. Luigi De Siervo, amministratore delegato della Lega Serie A, quel limite non lo ha solo superato: lo ha polverizzato, ci ha costruito sopra uno stadio virtuale (visto che quelli reali cadono a pezzi) e ci ha sparato sopra i fuochi d’artificio della “spettacolarizzazione”. Mentre il sistema calcio in Italia agonizza sotto il peso di un’incompetenza strutturale che ci ha reso la barzelletta d’Europa, De Siervo si presenta davanti ai microfoni con il piglio del venditore di elisir di lunga vita in un cimitero monumentale. La sua tesi? Il calcio italiano è bellissimo, sono i giornalisti e i tifosi a essere dei “cattivi narratori”. È il capolavoro supremo del ribaltamento della realtà: non è il prodotto a essere scadente, è il cliente che non sa apprezzare il sapore della polvere. Siamo nel maggio del 2026. L’Italia, la terra che ha dato i natali a giganti come Rivera, Baggio e Totti, si appresta a guardare il terzo Mondiale consecutivo dal divano di casa. Un fallimento epocale, un’umiliazione sportiva senza precedenti che in qualsiasi Paese dotato di amor proprio avrebbe portato a dimissioni di massa, scuse pubbliche e un “anno zero” fatto di riforme drastiche e tagli dolorosi. E invece, nel mondo fatato di De Siervo, questo è solo un dettaglio trascurabile, un “rumore di fondo” mediatico che non deve assolutamente disturbare il racconto della splendida finale di Coppa Italia tra Inter e Lazio. Definire quella partita un evento “al livello di qualsiasi finale di Champions League” non è solo un’iperbole: è un atto di bullismo intellettuale nei confronti di chiunque abbia mai acceso la TV su una partita di Premier League o della massima competizione europea. La Champions è velocità d’esecuzione, tecnica sopraffina, fatturati da capogiro e stadi che sembrano astronavi del futuro; la nostra Coppa Italia è, troppo spesso, una partita tra squadre logore giocata in un impianto, l’Olimpico di Roma, che definire “obsoleto” è un timido eufemismo. Mentre l’AD vaneggia di un’enigmatica “agenda comune” e di una fantomatica “fase di rilancio”, la realtà dei fatti presenta un conto che nessun gioco di luci stroboscopiche può saldare. Partiamo dagli stadi: le nostre arene sono ruderi di cemento armato con i bagni intasati, la visuale ostruita da barriere medievali e settori ospiti che ricordano gabbie per il trasporto del bestiame. All’estero costruiscono centri commerciali polifunzionali che producono ricchezza trecentosessantacinque giorni l’anno; noi litighiamo per ogni singolo mattone da spostare a San Siro mentre la burocrazia mangia i pochi investitori stranieri rimasti, costringendoli alla fuga disperata. Passiamo poi al deserto dei talenti: il nostro campionato è diventato ufficialmente il “parco giochi” per ex campioni a fine carriera in cerca dell’ultimo stipendio d’oro o il trampolino di lancio per giovani promesse che, appena azzeccano due cross consecutivi, scappano a gambe levate verso la Bundesliga o la Premier, perché la Serie A non ha più né l’appeal economico né la dignità tecnica per trattenerli. La governance, poi, somiglia sempre più a un’assemblea condominiale finita a sediate tra i vicini di casa. La Lega Serie A è un covo di litigiosità cronica dove i presidenti si scannano per un orario televisivo favorevole mentre l’intero sistema affonda. L’incapacità di vendere il brand “Serie A” sui mercati internazionali è certificata da ricavi che sono una frazione ridicola di quelli inglesi o spagnoli. Chi dovrebbe investire seriamente in questo circo, dove tra inchieste sulle plusvalenze, scandali arbitrali infiniti e una giustizia sportiva che sembra tirare i dadi per decidere le penalizzazioni, la credibilità è ormai prossima allo zero assoluto? De Siervo però insiste: la colpa è della “narrazione”. Secondo lui, il calcio italiano è “raccontato peggio di quello che è”. No, caro Amministratore Delegato. Il calcio italiano è raccontato fin troppo bene da una stampa che, per puro amore di patria e spirito di sopravvivenza, cerca ancora di nobilitare partite soporifere e tatticismi esasperati che servono solo a nascondere una povertà tecnica imbarazzante. L’umiliazione vera non risiede nel racconto dei cronisti, ma nel confronto impietoso con lo specchio della realtà. È vedere i nostri club storici ridotti a fare la colletta per un prestito con diritto di riscatto, mentre in Inghilterra l’ultima in classifica incassa più diritti TV della nostra capolista. È vedere la nostra Nazionale sparire dalle mappe geografiche del calcio che conta, diventando una comparsa insignificante nel panorama mondiale. Smettetela di venderci lo “spettacolo che inizia un’ora e mezzo prima”. Il tifoso che fa i sacrifici per pagare un abbonamento o un biglietto non vuole il deejay set di grido, non vuole le ballerine sul prato e non vuole i droni che fanno riprese suggestive sopra le macerie dei nostri impianti. Il tifoso vuole un calcio credibile, stadi civili dove non si debba rischiare la salute per vedere un gol, una Nazionale che partecipi ai Mondiali e, soprattutto, una dirigenza che smetta di mentire sapendo di mentire. ​Il mondo fantastico di De Siervo è come una discoteca di quartiere che chiude alle prime luci dell’alba: quando finalmente si accendono i neon bianchi, ci si accorge che il trucco è colato, il pavimento è appiccicoso e la musica era solo un frastuono assordante sparato a palla per non farci sentire il silenzio assordante del nostro fallimento collettivo. Caro De Siervo, servirebbe meno “agende” e molta più dignità. Perché a forza di raccontarci quanto siamo belli e quanto gli altri siano cattivi a non capirci, abbiamo finito per dimenticarci come si gioca a pallone e come si gestisce un’industria. E il mondo, fuori dalla sua bolla di vetro, sta ridendo di noi da un pezzo.

Foto insta de siervo

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