EditorialeRipescateci dalla nostra mediocrità: perché sperare nel Qatar (o nell’Iran) è l’ultimo rifugio dei vili
Antonio ScadutoC’è un limite sottile, quasi impercettibile, che separa la speranza dalla dignità, e noi quel limite lo abbiamo polverizzato da tempo. Osservare oggi il dibattito pubblico italiano intorno alla possibilità di un ripescaggio mondiale non è solo un esercizio di analisi sportiva; è un viaggio deprimente nelle viscere di un Paese che ha smarrito la capacità di arrossire. Siamo passati dall’essere la patria del “bel gioco” e della solidità tattica a diventare i questuanti del diritto internazionale, i mendicanti di un’indulgenza plenaria che la FIFA dovrebbe concederci per non si sa quale diritto divino. Come ci siamo ridotti così? La risposta non sta nei moduli tattici o nei piedi dei nostri attaccanti, ma in una sorta di analfabetismo del merito che ha infettato il nostro sistema. Per la terza volta consecutiva, il campo – l’unico giudice supremo che non accetta mazzette né influenze politiche – ci ha detto di no. Eppure, invece di chiuderci in un silenzio operoso, invece di provare quel sano “schifo” verso la nostra mediocrità che dovrebbe essere il motore di ogni rinascita, ci siamo riscoperti esegeti dei regolamenti.Siamo diventati personaggi da commedia amara, convinti che il mondo ci debba qualcosa. È la sindrome del nobile decaduto che, col vestito logoro e le scarpe sfondate, pretende ancora il posto d’onore al tavolo dei grandi perché “lei non sa chi sono io”. Ma il mondo, fuori dai nostri confini, lo sa benissimo chi siamo: una nazione calcistica che vive di ricordi in bianco e nero mentre il resto del pianeta corre a colori. C’è qualcosa di profondamente banale, e quindi tragico, in questo sperare nelle sfortune altrui. Aspettiamo che l’Iran venga escluso per motivi geopolitici con la stessa bramosia con cui un avvoltoio scruta una carcassa. È un atteggiamento che svilisce non solo il calcio, ma l’idea stessa di etica sportiva. Qualificarsi per merito è un concetto che sembra appartenere a un’epoca romantica e sepolta; oggi preferiamo la dottrina della “discrezionalità”, il pertugio burocratico, la scappatoia legale.Lo schifo che si prova non è verso l’errore tecnico – quello fa parte del gioco – ma verso la reazione ad esso. Non c’è stata una riflessione profonda, non c’è stata una rivoluzione strutturale. Ci siamo limitati a cambiare qualche pedina e a riprendere la nostra navigazione a vista, con l’orecchio teso verso Zurigo, sperando che un funzionario in giacca e cravatta ci restituisca la dignità che non abbiamo saputo difendere in novanta minuti. Colleghi che scrivono editoriali chilometrici su commi e articoli che valgono meno della carta su cui sono stampati, pur di non dover ammettere che il re è nudo. Siamo diventati specialisti nell’arte di indorare la pillola, trasformando un’eliminazione meritata in un complotto del destino o in un’opportunità di rientro dalla finestra. Ma un’Italia ripescata sarebbe il punto più basso della nostra storia. Sarebbe la ratifica ufficiale che non siamo più capaci di vincere, ma solo di sopravvivere. Partecipare a un Mondiale per gentile concessione, mentre gli altri si sono guadagnati il volo a suon di gol e sudore, sarebbe un’umiliazione più grande di qualsiasi sconfitta sul campo. Sarebbe il trionfo dell’imbucato, la vittoria del “furbo” sulla persona onesta. Bisognerebbe avere il coraggio di dire basta. Bisognerebbe avere il coraggio di provare vergogna. Il calcio italiano non ha bisogno di un ripescaggio; ha bisogno di una purificazione. Ha bisogno di riscoprire il valore della sconfitta come strumento di crescita, non come errore amministrativo da correggere in tribunale. Siamo un popolo che ha costruito la sua grandezza sull’ingegno e sulla resilienza, ma che oggi sembra preferire il paracadute d’oro alla fatica della scalata. Finché continueremo a sperare che sia una crisi internazionale a portarci ai Mondiali, e non un progetto tecnico serio, continueremo a essere la caricatura di noi stessi. Personaggi, appunto, che hanno smesso di essere eroi per diventare semplici comparse in cerca di un colpo di fortuna. E questo, francamente, è lo spettacolo più triste a cui ci potesse capitare di assistere. Foto: Instagram azzurri
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