EditorialeSALVATE IL MILAN
Antonio ScadutoOgni tanto, la verità si palesa all’improvviso, come una foto scattata nel momento meno adatto, quando l’orgoglio non basta a nascondere il disastro. L’immagine che ha incorniciato la fine dell’avventura di Sergio Conceição sulla panchina del Milan è l’emblema di un progetto fallito. Ma, si sa, quando la rovina è inevitabile, bisogna pur trovarne i colpevoli. Ed è qui che la storia si fa interessante. Perché chi è davvero responsabile del naufragio rossonero? Il calcio è fatto di risultati, certo. Ma è anche fatto di visione. E qui, per dirla senza giri di parole, visione è la parola che manca. E manca da tanto, troppo tempo. Parliamo di un club che, pur vantando un passato glorioso, da anni galleggia in un mare di incertezze, dove la gestione sportiva è ridotta a improvvisazioni degne di un cortometraggio in bianco e nero. Sergio Conceição è stata una profonda delusione, una brutta sorpresa. Al suo arrivo, sembrava il tipo giusto: grintoso, esperto, capace di impartire ordine a una squadra che faticava a trovare il proprio. Eppure, quello che sembrava il riscatto, si è rivelato l’ennesima illusione. Cinque mesi di chiacchiere, dichiarazioni a metà, critiche ai media e il Milan, mai davvero competitivo, ha collezionato sconfitte, risate nervose e performance di una mediocrità clamorosa. È come se il club avesse pensato che il solo fatto di ingaggiare un allenatore “durezza portoghese” bastasse a risolvere i problemi. Che illusione. Ci si aspettava un riscatto, un ritorno a livelli decenti. Invece, il gioco non c’era. Le formazioni variavano come in una tombola e, quando il Milan scendeva in campo, la sensazione era di trovarsi di fronte a un esperimento tattico mal riuscito. A volte ti veniva da chiederti: ma Conceição stava provando a fare il calcio, o era semplicemente in cerca di un posto in cui nascondersi? Forse aveva dimenticato che allenare una squadra con la storia del Milan richiede, oltre a rigidità tattica, anche una visione strategica a lungo termine, un piano, un respiro. Lui non ha dato nulla. Nulla di concreto. Nulla che restasse. Solo qualche derby vinto, qualche sorriso a metà, e, naturalmente, la Supercoppa, che, dopo tutto, è l’unica cosa che riuscirà mai a mettere in bacheca. E quando si pensa che il peggio fosse passato, arriva la finale di Coppa Italia, la sconfitta contro il Bologna. Una figuraccia che non è solo una questione di risultato. È un simbolo. Il Milan non ha più anima, non ha più forza, né idee, né futuro. E quel trofeo, che avrebbe potuto almeno mascherare il fallimento stagionale, è stato la mazzata definitiva. Per un club che si considera il “top” in Italia, anche se ha una squadra di cartone, perdere contro il Bologna non è solo tristezza. È imbarazzo. È il tramonto di un’era che sembrava già lontanissima. In questo scenario desolante, Conceição ha dovuto arrendersi. L’allenatore portoghese ha fatto il possibile, ma la società gli ha messo il bastone tra le ruote. Non c’è supporto, non c’è struttura, e il più grande sbaglio di tutti è stato pensare che con qualche acquisto a gennaio si potesse risolvere il caos. Ma chi pensava davvero che un semplice cambio di mercato avrebbe trasformato questa nave in una corazzata? Le chiacchiere da spogliatoio e le decisioni dell’ultimo minuto hanno dimostrato che a Milanello, a un certo punto, c’è stato più caos che organizzazione. E non crediamo che sia solo un problema dell’allenatore. La colpa è, ovviamente, più grande. Siamo di fronte a una società che ormai vive di nostalgia e di “nostri eroi”, come se Maldini, Galliani e i vari personaggi storici possano riportare in vita la magia dei giorni di gloria. Ma la verità è che il Milan oggi è una scatola vuota. Non ha un progetto. Non ha una direzione chiara. E il fatto che la dirigenza stia ancora cercando di ricostruire l’identità del club come se fosse un puzzle da ricomporre è a dir poco patetico. Il Milan ha bisogno di un piano. Un piano che non sia fatto di frasi roboanti e inutili dichiarazioni. Serve qualcuno capace di guardare oltre la prossima partita e di costruire una squadra che non viva solo di momenti fortunati. Ma in questo contesto, persino le parole di Giorgio Furlani, l’amministratore delegato, sembrano ridicole. La sua ammissione di fallimento suona come un tentativo di autoprotezione, una mossa da politico in difficoltà. “Tanti errori da correggere”, ha detto. Ma il punto non è correggere qualche errore. Il problema è che il Milan è andato ben oltre gli errori. La crisi è sistemica. Le decisioni sono sbagliate alla radice. Il club è stato ridotto a una parodia di sé stesso. Eppure, ci provano ancora a spacciarlo come una squadra che ha solo “peccato di mancanza di fortuna”. Ridicoli. E poi c’è la questione del futuro. Il Milan, già a rischio di perdere i suoi migliori talenti (vedi Reijnders e altri), deve decidere cosa fare. E mentre alcuni parlano di “progetto”, altri continuano a chiedersi se non sia giunto il momento di schiacciare il tasto reset. Forse è l’unica soluzione. Dopo tutto, quando una casa è in rovina, non basta rifare la facciata. Bisogna ricostruire dalle fondamenta. E il Milan, a quanto pare, è una casa che sta crollando.
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