EditorialeSIAMO PASSATI DA GUARDIOLA E ANCELOTTI A PIRLO
Antonio ScadutoCi sono scelte che raccontano semplicemente il nome di una persona e altre che raccontano un intero sistema. La decisione di affidare la Nazionale italiana ad Andrea Pirlo appartiene alla seconda categoria. Non è soltanto una scelta tecnica, non è soltanto una nomina. È la fotografia precisa del momento che sta vivendo il calcio italiano: un movimento che un tempo attirava i migliori allenatori del mondo e che oggi si ritrova a puntare su una scommessa. Una scommessa affascinante, certo. Perché il nome di Andrea Pirlo evoca classe, vittorie, talento, intelligenza calcistica. Evoca il giocatore che forse più di ogni altro negli ultimi vent’anni ha rappresentato l’idea del calcio pensato, ragionato, giocato con il cervello prima ancora che con i piedi. Ma una cosa è Andrea Pirlo calciatore, un’altra è Andrea Pirlo allenatore. E questa differenza, nel calcio, pesa tantissimo. Perché il problema non è discutere il valore del campione. Sarebbe quasi offensivo. Pirlo è stato un fenomeno, un giocatore capace di dominare le partite senza bisogno di correre più degli altri, perché arrivava prima con la testa. Ha vinto tutto, ha segnato un’epoca, ha rappresentato l’Italia nel mondo e il suo nome resterà per sempre legato alla storia di questo sport. Ma il calcio non regala panchine per riconoscenza. Una Nazionale non si guida con il curriculum da calciatore. Non basta aver vinto Mondiali, Champions League e campionati per sapere automaticamente come si gestisce uno spogliatoio, come si costruisce una squadra, come si affrontano momenti di crisi o come si prendono decisioni difficili. Allenare è un altro mestiere. E proprio questo è il punto che rende la scelta Pirlo così delicata. Perché il percorso dell’ex centrocampista sulla panchina non è stato finora quello di un tecnico già affermato. Dopo l’esperienza sulla panchina della Juventus, arrivata forse troppo presto rispetto alla sua maturazione, Pirlo ha cercato nuove opportunità lontano dal calcio che conta. Prima il Fatih Karagümrük S.K. in Turchia, poi la Sampdoria in Serie B, dove il risultato più importante è stato un settimo posto con eliminazione ai playoff, fino all’esperienza allo United Football Club. Non c’è nulla di vergognoso in questo percorso. Ogni allenatore deve costruirsi la propria carriera, deve affrontare difficoltà e momenti complicati. Ma bisogna anche essere onesti: non stiamo parlando del curriculum di un tecnico che arriva alla Nazionale perché ha dominato il calcio degli ultimi anni. Stiamo parlando di un allenatore che deve ancora dimostrare molto. Ed è qui che la domanda sorge spontanea: perché proprio lui? Perché affidare la ricostruzione dell’Italia a un tecnico che, fino a oggi, ha raccolto più dubbi che certezze? La questione non è personale. Non riguarda Pirlo come uomo, perché il rispetto per la sua carriera è totale. La questione è professionale. La Nazionale italiana non può essere un premio alla carriera, non può essere una celebrazione del passato. È il punto più alto del calcio di un Paese e richiede competenze, esperienza e una capacità di gestione fuori dal comune. L’Italia oggi non aveva bisogno soltanto di un nome. Aveva bisogno di una guida. E questa scelta inevitabilmente apre una riflessione anche sul resto del movimento. Perché mentre Pirlo riceve la chiamata più importante della sua carriera da allenatore, tanti tecnici italiani che da anni lavorano sul campo, costruiscono squadre, valorizzano giovani e affrontano le difficoltà della Serie A si trovano ancora in attesa di una vera occasione. Allenatori che magari hanno meno fascino mediatico, meno copertine e meno gloria da giocatori, ma che hanno costruito il proprio percorso mattone dopo mattone. Il messaggio che passa è difficile da ignorare: nel calcio italiano il peso del nome conta ancora più del percorso. Ed è forse questa la fotografia più triste. Perché il problema non è Andrea Pirlo. Il problema è un sistema che continua a cercare soluzioni attraverso il richiamo del passato invece di costruire il futuro. Il calcio italiano negli ultimi anni ha perso terreno quasi ovunque. Ha perso competitività economica, ha perso appeal internazionale, ha perso capacità di attrarre i migliori professionisti. Un tempo allenare la Nazionale italiana era un sogno per qualsiasi tecnico del mondo. Era un incarico prestigioso, un punto d’arrivo. Oggi siamo arrivati al punto in cui anche il fascino della maglia azzurra sembra non bastare più. L’Italia ha cercato grandi nomi. Ha guardato verso profili come Pep Guardiola e Carlo Ancelotti, allenatori capaci di cambiare immediatamente la percezione di un progetto. Ma nessuno dei due è arrivato. E così la scelta è ricaduta su Pirlo. Una scelta che può diventare una grande intuizione oppure l’ennesimo errore di valutazione. Perché il rischio è evidente: affidarsi al fascino del campione invece che alla certezza dell’allenatore. Il calcio però non premia le suggestioni. Le suggestioni durano il tempo di una conferenza stampa. Poi arrivano gli allenamenti, le convocazioni, le scelte tattiche, le partite da vincere. E lì non conta più cosa hai fatto da giocatore. Conta quello che riesci a costruire. Pirlo avrà una responsabilità enorme. Non dovrà soltanto guidare la Nazionale. Dovrà dimostrare che chi lo ha scelto ha visto qualcosa che ancora molti non vedono. Dovrà trasformare il talento naturale che aveva in campo in una capacità di leadership dalla panchina. Dovrà convincere un gruppo. Dovrà creare un’identità. Dovrà restituire orgoglio a una maglia che negli ultimi anni ha perso parte del suo peso internazionale. Perché l’Italia non può permettersi un altro fallimento. Dopo tre Mondiali mancati, dopo troppe ripartenze annunciate e mai davvero completate, il tempo delle prove è finito. La Nazionale ha bisogno di una direzione chiara, non dell’ennesimo esperimento. Pirlo ha davanti una montagna da scalare. Se riuscirà a farlo, verrà ricordato come l’uomo capace di trasformare una scelta criticata in una rivoluzione. Sarà il tecnico che ha dimostrato che anche un campione del passato può diventare un leader del futuro. Se invece non riuscirà a incidere, la sua nomina resterà il simbolo di un calcio italiano ancora prigioniero dei propri ricordi, incapace di scegliere con coraggio e programmazione. Perché alla fine il calcio presenta sempre il conto. E quello che aspetta Andrea Pirlo è il più pesante della sua carriera. Non dovrà dimostrare di essere stato un grande giocatore. Quello lo sanno tutti. Dovrà dimostrare di poter essere un grande allenatore. E soprattutto dovrà dimostrare che l’Italia, questa volta, ha scelto bene.
Foto: Instagram Sampdoria
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