EditorialeSPALLETTI, LA JUVE NON DEVE PENSARCI DUE VOLTE
Antonio Scaduto“Il mio rinnovo un segnale di stabilità? È una cosa che si può fare da parte mia. Se fosse questa la necessità, si può metterla a posto subito. Perché io non è che cerchi cose differenti: cerco un campo da calcio con il pallone e dove ci siano dei ragazzi da allenare, possibilmente intelligenti e c’è tutto perché i miei giocatori sono così”. Luciano Spalletti parla chiaro, cristallino. Dipendesse solo da lui, la Juventus avrebbe già la certezza assoluta per ripartire, una base solida su cui costruire un progetto sportivo finalmente all’altezza, nettamente superiore al nulla visto nelle ultime annate. Eppure, le recenti indiscrezioni post-tracollo inaspettato nell’andata del play-off contro il Galatasaray suggeriscono che la scelta definitiva sulla sua permanenza dipenderà drasticamente da quanto accadrà nelle prossime settimane.
Il rischio concreto di uscire prematuramente di scena dalla Champions League per mano di un avversario di livello ma non irresistibile come il Galatasaray – e con le modalità inquietanti che la trasferta in Turchia ha denunciato – sembra aver generato un’ansia generale. Un nervosismo capace persino di offuscare il lavoro, indiscutibilmente importante, svolto da Spalletti da novembre ad oggi per restituire dignità ad un gruppo che con Tudor appariva allo sbando. Un gruppo sul quale l’ex ct della Nazionale – è bene ricordarlo per onestà intellettuale – non ha potuto incidere in alcun modo in termini di costruzione: il calciomercato della passata estate è stato gestito quando lui non c’era, e la sessione di gennaio non ha portato quei correttivi vitali per i quali il tecnico toscano si era speso pubblicamente. Ora, però, il credito sembra essersi assottigliato: la palla passa ai risultati, gli unici giudici capaci di decidere se il progetto Spalletti meriti davvero il rinnovo immediato o se sia già arrivato al capolinea.
L’incapacità, da parte di Comolli, Modesto ed Ottolini, di consegnare un rinforzo di spessore per reparto e, soprattutto, quell’attaccante necessario a garantire alla Juve un punto di riferimento vitale per tradurre in campo il credo tattico del proprio allenatore, resta la colpa più grave. Un errore figlio, probabilmente, di una sopravvalutazione presuntuosa e quasi stucchevole della rosa attuale; una miopia imperdonabile che non ha calcolato quanto la corsa Champions sia, quest’anno, un sentiero disseminato di trappole e ferocemente spietato. Alle spalle di un’Inter che corre a ritmi siderali, si è infatti accalcato un branco di pretendenti pronte a sbranarsi: ogni weekend la classifica viene stravolta dal sangue e dal sudore. Insieme alla Juventus, ringhiano Milan, Napoli, Roma, Atalanta e un sorprendente Como: sei sorelle per soli tre posti che valgono oro colato.
La cifra distintiva della storia recente juventina – e, con ogni probabilità, la causa primaria di un distacco siderale dai livelli di eccellenza che le appartenevano – risiede nella cronica instabilità di ogni progetto tecnico varato nell’era post Andrea Agnelli. Liquidati i resti del triennio Allegri-bis, si è assistito al naufragio precoce degli esperimenti affidati a Thiago Motta e Igor Tudor; nel mezzo, lo smantellamento brutale di un’area tecnica inizialmente consegnata a Cristiano Giuntoli e poi rasa al suolo dopo appena un’annata. In questo vuoto pneumatico è transitata una processione di calciatori che, rari casi esclusi, hanno offerto un rendimento imbarazzante rispetto a investimenti onerosissimi che la proprietà non ha mai negato. In un simile caos, dominato da una schizofrenia del cambiamento, può davvero l’allenatore restare l’unico parafulmine di ogni critica, nel bene e nel male? Può un professionista integro, per preparazione e competenza tra i vertici della Serie A, come Luciano Spalletti, essere additato come il responsabile unico di un eventuale flop stagionale, dopo le macerie lasciate tra campionato e Champions League?
Se i risultati in casa Juventus continuano a zoppicare, la colpa non può ricadere su un tecnico capace di forgiare un’identità tattica in poche settimane, riuscendo persino a cementare quel senso di unità nello spogliatoio che Igor Tudor non aveva minimamente scalfito. Spalletti si è rivelato un acceleratore di processi d’emergenza, costretto a intervenire su basi che non ha potuto gettare in estate, eppure è solo grazie a lui se la squadra bianconera oggi è quantomeno guardabile. Lui può e deve essere — confortato dal consenso pressoché unanime dei dirigenti più esposti e dei senatori del gruppo — l’unico perno attorno al quale rifondare una Juventus che torni finalmente a onorare la propria storia e la propria tradizione.
Foto: x juventus
Mostra i commenti
Caricamento…