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EditorialeSPALLETTI, MEGLIO IL SILENZIO

domenica 8 giugno 2025 alle ore 00:52di Antonio Scaduto4 min di lettura

SPALLETTI, MEGLIO IL SILENZIOAntonio Scaduto
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AAutoreAntonio Scadutodomenica 8 giugno 2025 alle ore 00:52 · EditorialeAltre notizie

Luciano Spalletti è stato uno straordinario allenatore di club, un tecnico meticoloso, innovativo, capace di lasciare un’impronta profonda ovunque sia passato, culminando con uno scudetto a Napoli che resterà nella storia, ma tutto questo oggi non conta più nulla perché il ruolo di commissario tecnico della Nazionale richiede un altro tipo di capacità, un altro tipo di visione, una lucidità chirurgica nelle scelte e una capacità di comunicazione chiara, diretta, limpida, e in questo, Spalletti si sta dimostrando semplicemente inadeguato, clamorosamente fuori posto, tecnicamente confuso, umanamente distante e tatticamente disorientato, ed è arrivato il momento di dirlo con chiarezza: la sua avventura da CT è un fallimento completo. Ha preso una Nazionale da ricostruire, dopo il mondiale mancato e il post-Mancini traumatico, con il compito di ridarle identità, compattezza, entusiasmo e soprattutto risultati, ma invece ha partorito una squadra senza volto, senza idee, senza nerbo, senza un minimo di credibilità tecnica, un gruppo spaesato, schierato a casaccio, con interpreti fuori ruolo, moduli che cambiano a ogni raduno e nessuna traccia di lavoro reale. Le sue convocazioni sembrano estratte da un bussolotto, con nomi buttati dentro per simpatia, per ricordo, per suggestione personale, senza alcuna logica di forma, di continuità, di rendimento: chi sta bene resta fuori, chi non gioca nel club viene premiato, chi ha talento viene ingabbiato, chi è mediocre viene responsabilizzato. A centrocampo alterna uomini che vogliono palla ai piedi con mediani di rottura, sulle fasce schiera giocatori fuori ruolo, in difesa cambia assetto ogni settimana, da tre a quattro, da linea alta a blocco basso, con risultati disastrosi. I meccanismi difensivi sono approssimativi, le scalate assenti, il pressing inesistente o casuale, le coperture improvvisate, e ogni avversario – anche il più modesto – ci fa male con una facilità disarmante, come dimostra l’ultima vergognosa debacle contro la Norvegia, tre gol subiti senza mai essere realmente in inferiorità numerica, solo per errori concettuali, per sbagli nelle letture, per mancanza di lucidità tattica. In attacco, il nulla: movimenti prevedibili, assenza totale di ampiezza, inserimenti scollegati, punta lasciata sola e rifinitura affidata all’invenzione estemporanea di chi capita. In panchina, lo stesso Spalletti è un uomo che appare stanco, nervoso, teso, incapace di incidere. Ma il disastro tecnico sarebbe già grave così, se non fosse aggravato da un altro aspetto ancora più insopportabile: la sua comunicazione. Spalletti parla troppo e male, ogni conferenza stampa è un flusso di parole in cui non si capisce nulla, un’accozzaglia di metafore, giri di frase, concetti fumosi che sembrano più esercizi retorici che risposte serie. Sembra voler impressionare con la forma, ma nella sostanza è il vuoto: nessuna autocritica, nessuna spiegazione lucida, solo una perenne difesa di se stesso e attacchi velati ai giocatori, come se la colpa fosse sempre degli altri, come se il problema fosse la mancanza di “entusiasmo”, di “muscoli”, di “cattiveria”, termini vaghi che servono solo a nascondere l’incapacità di preparare una partita in modo sensato. Lo si ascolta e non si capisce nulla, non perché sia profondo, ma perché è confuso, inascoltabile, fastidioso nella sua tendenza a girare attorno alle responsabilità. E poi questo continuo oscillare tra difendere il gruppo e lasciar trapelare delusione, tra dire che “non cambia nulla” e poi cambiare tutto il giorno dopo, dimostra una totale assenza di visione, una precarietà emotiva e tecnica che non può appartenere a un commissario tecnico. La Nazionale italiana è un bene pubblico, una rappresentanza culturale e calcistica che merita il meglio, non un laboratorio personale per uno Spalletti che, oggi, appare inchiodato da se stesso, dai suoi limiti evidenti, da una gestione fuori fuoco, da una retorica che non incanta più nessuno. Non si tratta di un momento no, si tratta di una incompatibilità strutturale: Spalletti non è adatto a questo ruolo, non lo è mai stato e ogni settimana che passa lo dimostra con chiarezza. Il gruppo non lo segue, il gioco non esiste, l’identità è evaporata, l’entusiasmo è morto e la prospettiva fa paura. La Nazionale non può più permettersi di aspettare che lui capisca qualcosa che evidentemente non capirà mai. Perché il tempo non c’è. Perché l’Europeo è alle porte. Perché non possiamo farci umiliare da chiunque passi. Le dimissioni non sarebbero solo un atto di responsabilità, ma di igiene calcistica. Se Spalletti non ha il coraggio di farlo, tocca a Gravina chiudere un esperimento che è stato, dal primo giorno, una scelta sbagliata. Per il bene della maglia azzurra, questa pagina va voltata. Ora. Senza altri danni.

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